Giuseppe Conte, M5S: "La leader della destra francese Marine Le Pen ammette di invidiare una cosa a Meloni.
Le misure su sicurezza e immigrazione? No.
Le misure su tasse e stipendi? No."La cosa che forse le invidio - dice Le Pen - è l'enormità del piano di rilancio che ha riguardato l'Italia e che noi, la Francia, andremo a pagare. Con 240 miliardi di Pnrr ricevuti dall'Unione europea è più semplice".Insomma la destra francese a Meloni invidia solo quello che Meloni non ha fatto. Chissà se sa che mentre il mio Governo lottava per ottenere quegli oltre 200 miliardi in Europa, Meloni ci dava dei criminali in Italia e faceva votare ‘astensione' ai parlamentari di Fratelli d'Italia.Oggi in Italia gli unici cantieri aperti e gli unici investimenti in corso sono proprio grazie a quei soldi: per scuole, strade, asili, strutture sanitarie. Senza quei soldi saremmo in piena recessione, con un segno meno (-0,5%). E la cosa più preoccupante è che li stiamo perdendo perché li spendono con enorme ritardo: la corsa è solo per il Riarmo".
Elio Vito, ex parlamentare di Forza Italia: "Ieri era prevista in Commissione al Senato l'esame della riforma della Rai (che l'Italia è tenuta a fare) ma il governo non si è presentato. È paralisi totale, bloccano sia la Commissione di vigilanza che la riforma, per meglio gestire TeleMeloni, schifo politico e istituzionale".
Queste due dichiarazioni — quella di Giuseppe Conte e quella di Elio Vito — sono due innegabili prove che, pur provenendo da fronti diversi, descrivono la stessa realtà: un governo Meloni che vive di propaganda, che ha paralizzato la macchina dello Stato, e che tiene in piedi il consenso non grazie ai risultati, ma grazie al controllo dei mezzi d'informazione e all'inerzia di un Paese stanco e disilluso.
Da un lato, c'è l'enorme ipocrisia del racconto meloniano sul "merito". Conte ricorda un fatto innegabile: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il famoso PNRR da 240 miliardi, non è un'invenzione del governo Meloni, ma il frutto di mesi di negoziati durissimi del governo Conte II, quello che Meloni insultava definendo “criminale” solo perché trattava con Bruxelles per ottenere fondi che oggi lei sbandiera come propri. La destra francese di Marine Le Pen arriva persino a invidiare quei soldi, non rendendosi conto che Meloni non ha costruito nulla: li ha semplicemente trovati già pronti (dopo averli irrisi e disprezzati quando era all'opposizione), e ora li sta sprecando o lasciando marcire nei cassetti.
Il dato concreto è devastante: la crescita del PIL è ferma, gli investimenti arrancano, e le uniche opere che si muovono sono quelle partite con i fondi europei gestiti dai governi precedenti. Tutto il resto è fumo mediatico, una sequenza infinita di annunci, conferenze stampa, e "piani straordinari" che restano sulla carta. Mentre il Paese si impoverisce, la destra al governo investe risorse e attenzione non nel lavoro, nella sanità o nell'istruzione, ma nel riarmo e nella costruzione di una narrazione nazionalista utile solo al consenso interno.
Dall'altro lato, la denuncia di Elio Vito fotografa il secondo pilastro del melonismo: il controllo dell'informazione. Il governo non si presenta nemmeno alle sedute previste per riformare la RAI — una riforma che l'Italia deve attuare per legge e per impegni europei — semplicemente perché non ha alcun interesse a perdere il controllo di quella che è ormai diventata una televisione di regime. "TeleMeloni", la definisce correttamente Vito, e non è un'esagerazione: giornalisti epurati, programmi critici chiusi o ridotti al silenzio, talk show trasformati in salotti di propaganda. A ciò si aggiunge l'appoggio implicito a Meloni da parte di "Forza Mediaset", l'altro braccio mediatico del centrodestra, che completa il quadro di un'informazione piegata al potere, in pieno stile orbaniano.
Il risultato è un governo che non governa, ma gestisce la percezione del governo. L'Italia è ferma, ma la TV di Stato racconta un Paese in ripresa con piena occupazione... peccato però che i lavoratori guadagnino stipendi meno che da fame; i fondi europei vengono spesi male o in ritardo, perché quelli che finora sono arrivati, solo in minima parte sono finiti in opere. Tutto è comunicazione, nulla è sostanza.
La verità, come emerge dalle parole di Conte e Vito, è che il governo Meloni non ha prodotto risultati strutturali, non ha riforme da vantare, non ha una politica industriale... si regge solo su una macchina di consenso alimentata dal controllo dell'informazione e dal patriottismo di facciata, a cui si sono aggiunte leggi liberticide per vietare il dissenso. È un governo che teme la trasparenza, evita il confronto, e blocca perfino le istituzioni che dovrebbero vigilare sul suo operato.
Un governo che sopravvive non grazie ai fatti, ma nonostante i fatti. E questo, in democrazia, è la più grande delle vergogne.


