Emiliana De Vico: “Non lasciarmi mai indietro”, un romanzo sul coraggio di amare senza garanzie
Con “Non lasciarmi mai indietro” Emiliana De Vico firma un romance che ha radici solide nel reale: il territorio abruzzese, il mondo del lavoro sociale, la disabilità vissuta dall’interno. Un libro che non si accontenta dell’emozione immediata e chiede qualcosa in più al lettore.
Il romance psicologico italiano ha vissuto negli ultimi anni una stagione particolarmente ricca. “Non lasciarmi mai indietro” si distingue per una scelta narrativa insolita: il protagonista maschile non è l’eroe fisicamente perfetto del genere, ma un uomo spezzato che deve ricostruirsi. Come ha preso forma questa scelta, e quanto ha cambiato il modo di raccontare la storia rispetto ai tuoi lavori precedenti?
Davide Riva non è il classico protagonista, se ci si ferma all'apparenza fisica; lo diventa appieno, invece, per il suo modo di pensare, agire e affrontare il mondo. È un uomo alfa, senza ombra di dubbio. La sua carrozzina in titanio potrebbe intimorire, ma in realtà è il mezzo che gli permette di tagliare nuovi traguardi. Davide è un vincente: dopo l’incidente ha ricostruito la propria esistenza, rimettendo al centro la sua più grande passione, il basket. Il passaggio dalla Nazionale al basket in carrozzina è stato immediato, guidato dalla stessa inesauribile sete di riscatto. Sceglierlo tra i tanti protagonisti che mi frullano in testa è stato semplice. In quel momento, per me, era il più enigmatico e sentivo l’esigenza di conoscerlo meglio. Questo romanzo non differisce dalle altre storie. Le problematiche sociali sono il mio pane quotidiano: in ogni mio romanzo esploro le vite di persone segnate dalla sofferenza, come l’autolesionismo in Perla o l’alcolismo in Mi chiamo Bloody Mary. Il filo conduttore di queste storie, per quanto crude, resta sempre lo stesso: il bisogno profondo di una presenza vicina, la ricerca di un legame affettivo sano e, perché no, la speranza dell'amore.
Il libro affronta in modo diretto il tema della disabilità e del pregiudizio, attraverso gli occhi di Lorenza che deve fare i conti con le proprie resistenze prima ancora di aiutare gli altri a superare le loro. Quanto ha inciso il tuo lavoro nei Servizi di Zona nel costruire quella tensione tra professionalità e coinvolgimento emotivo che attraversa tutto il romanzo?
Il mio lavoro è la linfa delle storie che racconto. È il mio modo di esorcizzare il peso emotivo della sofferenza: scrivo di trame che, per quanto dolorose, trovano alla fine una loro dimensione di felicità. Le paure di Lorenza, la protagonista, sono le mie stesse paure; le sue titubanze sono le mie, così come il timore profondo di non essere all'altezza di aiutare l'altro. Nel tempo ho imparato che si può sempre tentare: tendere una mano e aspettare di vedere se l’altro la afferrerà. È ciò che fa Lorenza, ed è ciò che faccio io stessa nel costruire un percorso di aiuto. In tutto il romanzo, i protagonisti si mettono costantemente alla prova, accettando anche il rischio di fallire.
Tra i punti di forza del romanzo c’è certamente la verità del contesto lavorativo di Lorenza, con le riunioni di équipe, i fascicoli, le dinamiche tra colleghe. Alcune scene di Davide, invece, rischiano a tratti di restare nella sola logica romantica, senza esplorare fino in fondo la complessità psicologica di un uomo che ha perso un’identità sportiva di altissimo livello. Hai scelto consapevolmente di lasciare alcuni aspetti della sua complessità in secondo piano?
Per riuscire a raccontare Davide Riva mi sono serviti ben tre romanzi e una novella. È un uomo che si apre poco e si muove molto. Se nel primo romanzo l’incontro con Lorenza lo destabilizza profondamente, scardinando le sue difese, nel secondo è il bisogno di rivincita a prevalere su tutto, fino ad arrivare alla capitolazione finale nel terzo volume. La novella, invece, è una piccola chicca che lo mostra del tutto scoperto. Ho curato l'approfondimento psicologico senza svelare subito ogni cosa: aver lasciato alcune aree nell'ombra ha acceso la curiosità dei lettori, che ora chiedono a gran voce il prosieguo della storia.
Vive nell’entroterra abruzzese, e Chieti è la città in cui si svolge tutta la storia. Le strade, i bar, la circonvallazione, la Cattedrale di San Giustino: il paesaggio urbano ha un peso molto preciso nel romanzo. Come mai quella scelta geografica, e quanto la conoscenza diretta del territorio ha cambiato la scrittura?
Scrivo di ciò che conosco. Chieti è un luogo dalla doppia anima: c'è Chieti Alta, con il fascino del suo centro storico, e Chieti Scalo, con il suo traffico veloce e l'energia giovane. Ho bisogno di calpestare con le suole il terreno di cui racconto, di riempirmi gli occhi con i colori del territorio, di respirare il profumo dei tigli a bordo strada e di assaporare la tradizione, come il gusto degli arrosticini. Non scrivo di mondi fantastici: ho bisogno di una realtà concreta per comprendere quali barriere esistano davvero e come Davide possa affrontarle.