Contestazione e propaganda in sala
L'intervento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all'Assemblea generale dell'ONU è iniziato tra tensioni e proteste. Prima ancora che prendesse la parola, decine di delegati hanno abbandonato l'aula, mentre in pochissimi sono rimasti per sostenerlo, applaudendo alle enormi e innumerevoli menzogne snocciolate nel suo discorso. Un segnale chiaro di come il mondo abbia ormai interpretato quello che sta accadendo a Gaza, nonostante la propaganda israeliana.
Sei i punti chiave del discorso
Netanyahu ha impostato la sua retorica contro quello che definisce "l'asse del terrore iraniano", che a suo dire include Houthi, Hezbollah e Hamas. Ecco i principali passaggi del suo intervento:
- Ha vantato i successi militari israeliani, elencando i "nemici" eliminati negli ultimi mesi.
- Ha parlato direttamente agli ostaggi ancora detenuti a Gaza, indicando persino un QR code sul bavero della giacca con il messaggio: "Ecco perché dobbiamo combattere e vincere".
- Ha mostrato cartelli retorici, tra cui uno con la domanda: "Chi grida morte all'America?"
- Ha negato che Israele colpisca civili a Gaza, sostenendo che l'esercito ha lanciato "milioni di volantini" per invitare la popolazione a evacuare — in evidente contrasto con il recente rapporto ONU che accusa Israele di genocidio.
- Ha criticato duramente Regno Unito e Francia per il riconoscimento dello Stato palestinese, definendo la scelta "pura follia".
- Ha insistito sull'idea che Israele stia combattendo per conto anche degli Stati Uniti, richiamando l'11 settembre e presentandosi come baluardo contro il terrorismo antiamericano.
Un messaggio cucito per il pubblico MAGA
Il discorso non era rivolto tanto all'ONU, quanto a un pubblico ben preciso: gli elettori americani pro-Trump, in particolare la base evangelica e nazionalista (che si potrebbe tranquillamente definire anche nazista).
- Netanyahu ha evocato l'omicidio di Taylor Force (2016), usato dal Congresso per bloccare i fondi all'Autorità Palestinese.
- Ha dipinto Israele come il protettore anche dei cristiani palestinesi, affermazione contestata da osservatori indipendenti.
- Ha ribadito che Israele e Stati Uniti condividono la stessa minaccia esistenziale, presentandosi come il “braccio armato” dell'Occidente.
Tutto questo mentre, secondo sondaggi recenti, il sostegno popolare americano a Israele sta calando proprio a causa delle devastazioni a Gaza.
Ma nonostante l'impegno a 320 km da New York...
Mentre Netanyahu parlava, a poche ore di distanza Donald Trump spiazzava tutti dichiarando ai giornalisti:
"Sembra che abbiamo un accordo su Gaza. Riporteremo indietro gli ostaggi, la guerra finirà. Penso che avremo la pace".
Un messaggio che ha fatto tremare la destra israeliana, preoccupata che l'ex presidente, pur amico di Netanyahu, stia imponendo limiti all'espansionismo israeliano.
Panico tra i coloni e missione d'urgenza negli USA
Le parole di Trump hanno scatenato il panico nei circoli della destra sionista e tra i leader delle colonie. Secondo la stampa israeliana, il Consiglio Yesha (organo dei coloni in Cisgiordania) ha annunciato una delegazione straordinaria a New York per incontrare Netanyahu, prima del suo previsto incontro con Trump, e fare pressione contro ogni ipotesi di Stato palestinese.
Il comunicato del Consiglio è stato esplicito:
“Lo Stato palestinese è più vicino che mai, e la pressione internazionale su Netanyahu cresce. Siamo pronti a mobilitarci per impedire che nasca uno Stato del terrore.”
Tra i membri della missione figurano i capi di insediamenti come Ariel, Kedumim e Kiryat Sefer, insieme a figure storiche del movimento dei coloni. L'obiettivo: convincere Netanyahu e il Congresso americano a bloccare ogni concessione, definendo l'iniziativa una "missione nazionale" per difendere il futuro dell'ebraismo in Cisgiordania.
Il contrasto tra le parole di Netanyahu all'ONU e le dichiarazioni di Trump a Washington evidenziano una frattura profonda. Da un lato, Israele insiste sul linguaggio dell'emergenza e della guerra totale. Dall'altro, l'ex presidente americano — centrale per le speranze politiche di Netanyahu — lancia messaggi che suonano come una resa dei conti: basta annessioni, basta espansione.
Il futuro della Cisgiordania e della stessa strategia israeliana sembra dipendere, più che dall'ONU, dalle scelte di Trump e dal peso che i coloni riusciranno a esercitare. A breve vedremo come andrà finire, anche perché la pressione dell'opinione pubblica internazionale che vuole giustizia dei crimini commessi dal genocidario Stato ebraico di Israele, ormai, non è più ineludibile.


