*_©Angelo Antonio Messina_
Il Premio Fondazione Mimmo Rotella torna a Venezia venerdì 4 settembre 2026, alle ore 19.00, nella cornice della Collezione Peggy Guggenheim, a Palazzo Venier dei Leoni. Inserita tra gli eventi collaterali della 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, la cerimonia celebra la venticinquesima edizione del riconoscimento e, insieme, il ventesimo anniversario della scomparsa di Mimmo Rotella. Non si tratta soltanto di una ricorrenza istituzionale: è un appuntamento che rinnova un legame profondo tra cinema e arti visive, tra cultura popolare e ricerca d’avanguardia, tra memoria storica e interpretazione del presente.
Il valore del Premio risiede innanzitutto nella sua origine. Nato nel 2001 da un’idea dello stesso Rotella, con la collaborazione di Paolo De Grandis e Pierre Restany, il riconoscimento è stato concepito come uno spazio di incontro tra linguaggi differenti, ma intimamente connessi. Cinema e arte, nella visione di Rotella, non sono mai stati universi separati. Entrambi lavorano sulle immagini, sulla memoria, sul desiderio e sulla capacità di trasformare la realtà in racconto. Entrambi sanno creare icone, modificarle, renderle riconoscibili e misteriose nello stesso tempo.
Il Premio Fondazione Mimmo Rotella mantiene viva proprio questa intuizione: riconoscere registi, attori e artisti capaci di interpretare in modo originale il rapporto tra l’immagine cinematografica e la sensibilità visiva contemporanea. La sua forza non consiste soltanto nella celebrazione di personalità già affermate, ma nella scelta di valorizzare la contaminazione, l’anticonvenzionale, la libertà creativa. È un premio che non si limita a seguire il successo: cerca, piuttosto, quella particolare qualità dello sguardo capace di lasciare una traccia.
Mimmo Rotella, nato a Catanzaro nel 1918 e scomparso a Milano nel 2006, è stato uno dei protagonisti più originali dell’arte italiana del Novecento. La sua ricerca ha attraversato pittura, collage, poesia fonetica e sperimentazione visiva, ma è soprattutto attraverso il décollage che la sua opera ha raggiunto una riconoscibilità internazionale. A partire dalla fine degli anni Cinquanta, Rotella cominciò a prelevare dai muri delle città manifesti cinematografici lacerati, stratificati, consumati dal tempo e dall’azione degli agenti atmosferici. Quei frammenti, sottratti alla strada e sottratti all’oblio, diventavano opere d’arte.
Il gesto era semplice solo in apparenza. Strappare un manifesto significava intervenire su un’immagine già costruita, interromperne la leggibilità, rivelare ciò che si trovava sotto e ciò che sarebbe rimasto nascosto. Nel décollage di Rotella la superficie non viene composta per aggiunta, ma attraverso una sottrazione. L’artista lacera, rimuove, apre una ferita nell’immagine. Da quella ferita emergono volti, lettere, corpi, colori e parole che appartengono contemporaneamente alla memoria individuale e all’immaginario collettivo.
Il cinema entra così nella storia dell’arte non come semplice soggetto, ma come materia fisica e culturale. I manifesti diventano presenze urbane, promesse di spettacolo, dispositivi di seduzione. Annunciano film che spesso il passante non vedrà mai, ma che, grazie a Rotella, continuano a vivere in una forma nuova. L’artista trasforma la pubblicità in memoria, il consumo in poesia, il linguaggio popolare in una sorprendente esperienza estetica. La sua opera è insieme elegante e selvaggia, colta e popolare, nostalgica e rivoluzionaria.
“Ero sempre affascinato dal cinema – dichiarava Rotella – e nel 1958 ho cominciato a usare i suoi manifesti per farne opere d’arte, con la tecnica del décollage. Le mie opere ispirate al cinema sono quelle che amo di più. Ho cercato di realizzarle con la stessa fantasia e libertà che trovavo nel cinema”. In queste parole è racchiusa una poetica intera. Il cinema, per Rotella, non è soltanto una fabbrica di immagini: è un luogo della fantasia, della libertà, dell’emozione. È una macchina capace di produrre sogni condivisi, e proprio per questo può diventare materia prima dell’arte.
La venticinquesima edizione del Premio appare dunque particolarmente significativa. Il traguardo cronologico coincide con una ricorrenza affettiva e storica: vent’anni dalla scomparsa dell’artista. Ma il senso dell’anniversario non è rivolto esclusivamente al passato. Al contrario, celebrare Rotella nel 2026 significa interrogarsi sulla sua persistente attualità. In un’epoca dominata da immagini digitali, schermi, piattaforme e flussi visivi incessanti, il suo lavoro continua a parlare con sorprendente intensità. Rotella aveva già compreso che le immagini non sono mai innocenti: seducono, manipolano, costruiscono identità e desideri. Ma aveva anche intuito che possono essere spezzate, ricomposte, liberate dal loro significato originario.
Questa capacità di attraversare criticamente la cultura di massa rende Rotella un artista ancora profondamente contemporaneo. Il suo décollage anticipa, per certi versi, la logica del remix, del campionamento e della rielaborazione propria della cultura digitale. Tuttavia, la sua opera conserva una fisicità che nessuna immagine virtuale può sostituire. La carta strappata, la colla, la polvere, l’usura del muro e la casualità del gesto restituiscono all’immagine una dimensione corporea. Ogni opera porta con sé il tempo della città e il tempo dell’artista. È proprio questa vulnerabilità a renderla emozionante.
La scelta della Collezione Peggy Guggenheim come sede della cerimonia non è casuale. Palazzo Venier dei Leoni, affacciato sul Canal Grande, è un luogo che appartiene alla storia dell’arte moderna e internazionale. La presenza del Giardino delle sculture e della terrazza conferisce all’evento una dimensione sospesa, quasi teatrale. Venezia, con la sua luce languida, le superfici d’acqua e la stratificazione di epoche, diventa parte integrante del Premio. La città non fa da semplice sfondo: amplifica il dialogo tra memoria e contemporaneità, tra opera e spettacolo, tra visione e racconto.
In questo scenario, il Premio conserva una vocazione insieme intima e internazionale. Nel corso della sua storia ha riunito a Venezia figure di rilievo della scena cinematografica e artistica mondiale, costruendo un albo d’oro capace di riflettere la varietà delle forme contemporanee. Nel 2008 il riconoscimento è stato assegnato a Hayao Miyazaki per Ponyo sulla scogliera, esempio di cinema capace di trasformare la fantasia in una forma di pensiero visivo. Nel 2016 è stato premiato il lavoro di Paolo Sorrentino e Jude Law per The Young Pope, mentre nel 2017 il Premio ha coinvolto Ai Weiwei, Michael Caine e George Clooney.
Nel 2018 sono stati riconosciuti Julian Schnabel e Willem Dafoe per At Eternity’s Gate, film dedicato alla figura di Vincent van Gogh, mentre nel 2019 il Premio è andato a Donald Sutherland e Mick Jagger. Quest’ultimo è stato celebrato per il ruolo del collezionista d’arte in The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi, una scelta che conferma la particolare attenzione del Premio verso le figure capaci di muoversi tra cinema, arti visive e cultura dell’immagine.
Accanto ai grandi nomi internazionali, il riconoscimento ha valorizzato personalità in grado di raccontare l’Italia contemporanea con autenticità e originalità. Ascanio Celestini è stato premiato per La pecora nera, Toni Servillo e Mario Martone per Qui rido io, mentre il percorso di Marco Bellocchio ha rappresentato una delle espressioni più rigorose e personali del cinema italiano. Nel 2024 il Premio è stato assegnato a Iddu, diretto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza e interpretato da Elio Germano, Toni Servillo, Barbora Bobulova e Antonia Truppo. Nel 2025 il riconoscimento è tornato a Paolo Sorrentino per La Grazia, a nove anni dalla prima affermazione ottenuta nel 2016 insieme a Jude Law.
Questa continuità dimostra che il Premio non è rimasto prigioniero della propria storia. Al contrario, ha saputo rinnovarsi, mantenendo fede allo spirito di Rotella senza trasformarlo in una formula ripetitiva. La sua identità è riconoscibile.
*_©Angelo Antonio Messina_
Crediti opera relativi all'immagine in alto:
Marilyn incompiuta
signed (lower right); titled, inscribed and dated 63 - 73 (on the reverse)
decollage on canvas
197,5 x 138 cm; 77 ¾ x 54 ⅜ in.
Executed in 1963 - 1973
Collezione Heidi Horten, Vienna
This work is registered in the Fondazione Mimmo Rotella, Milan, under the n. 2691 DC 963/995 and is accompanied by certificate of authenticity from the Fondazione Mimmo Rotella and signed by the artist on 18.04.2024 Milan.

