Esteri

Hormuz chiuso, alleati divisi e guerra senza fine: Trump accusa l’Occidente di “ingratitudine” mentre il Medio Oriente brucia

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nella terza settimana e il Medio Oriente scivola sempre più vicino a un conflitto regionale su vasta scala. Lo Stretto di Hormuz — arteria strategica attraverso cui passa circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale — è di fatto paralizzato, mentre gli alleati occidentali di Washington si rifiutano di inviare navi militari per scortare i convogli commerciali.

Una scelta che ha provocato l’ira del presidente americano Donald Trump, che ha accusato gli (ex?) alleati di scarsa riconoscenza dopo decenni di protezione militare statunitense.

Il conflitto ha quasi bloccato lo stretto che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. Mine navali iraniane, attacchi con droni e operazioni militari hanno ridotto drasticamente il traffico marittimo, provocando un’impennata dei prezzi energetici e riaccendendo i timori di una nuova ondata inflazionistica globale.

Washington ha chiesto ai suoi alleati di partecipare a una missione navale per garantire il passaggio delle petroliere. Ma diversi Paesi europei — tra cui Germania, Spagna e Italia — hanno risposto negativamente.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha spiegato che Berlino non ha alcun mandato internazionale per intervenire militarmente.

«Non abbiamo un mandato delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea o della NATO», ha dichiarato. «Inoltre Stati Uniti e Israele non ci hanno consultato prima di iniziare questa guerra.»
La risposta ha irritato Trump, che in conferenza stampa a Washington ha lanciato un attacco diretto agli alleati storici.

«Some are very enthusiastic about it, and some aren’t», ha detto. «Some are countries that we’ve helped for many, many years… and they weren’t that enthusiastic.»
Un messaggio chiaro: per il presidente americano la fedeltà strategica dei partner occidentali non è più scontata.

 
Sul campo la guerra continua senza tregua. Israele ha annunciato di avere piani operativi per almeno altre tre settimane di attacchi contro l’Iran.

Il portavoce militare israeliano Nadav Shoshani ha dichiarato che l’esercito ha ancora “migliaia di obiettivi” da colpire.

«Vogliamo rendere questo regime il più debole possibile e distruggere tutte le sue capacità militari», ha affermato.
I bombardamenti hanno colpito diverse città iraniane — tra cui Tehran, Shiraz e Tabriz — e anche infrastrutture legate al programma spaziale del Paese. Tra gli obiettivi colpiti figura anche il famigerato carcere di Evin, dove sono detenuti numerosi prigionieri politici.

Secondo Teheran, tra le vittime civili dei raid ci sarebbero centinaia di persone, tra cui circa 200 bambini.

 
L’Iran ha risposto con una serie di attacchi con droni e missili contro obiettivi statunitensi e israeliani nella regione.

Tra gli episodi più gravi delle ultime ore:

attacco con drone contro un deposito di carburante vicino all’aeroporto di Dubai, con voli sospesi per ore
raid contro il porto petrolifero di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti
attacchi contro basi militari statunitensi in Bahrain e ad Abu Dhabi
intercettazione di 34 droni iraniani nello spazio aereo dell’Arabia Saudita
Il porto di Fujairah è uno dei principali terminali per l’esportazione del petrolio Murban degli Emirati, pari a circa l’1% della domanda globale di greggio.

 
Come se non bastasse, il conflitto si è ormai esteso anche al Libano.

L’esercito israeliano ha avviato operazioni terrestri limitate nel sud del Paese contro Hezbollah, dopo settimane di bombardamenti e scambi di razzi.

Secondo le autorità libanesi:

  • almeno 850 persone sono morte, tra cui 107 bambini,
  • circa 830.000 civili sono stati costretti a fuggire dalle proprie case.

Israele sostiene che l’offensiva continuerà finché Hezbollah non verrà disarmato. Alcuni media israeliani riferiscono che l’obiettivo potrebbe essere il controllo dell’intera area a sud del fiume Litani, a circa 30 chilometri dal confine.

Un’ipotesi che alimenta i timori di una nuova occupazione militare del Libano meridionale.

 
A Teheran i soccorritori scavano tra le macerie di edifici colpiti durante la notte. Molti cittadini denunciano blackout di internet e isolamento dal resto del mondo.

«La gente muore», racconta una donna di 62 anni, parlando via WhatsApp. «Tra pochi giorni dovrebbe essere Nowruz, il nostro capodanno. Ma nessuno ha voglia di festeggiare. Quando finirà tutto questo?»

Nel frattempo i mercati energetici oscillano violentemente. Dopo aver superato i 100 dollari al barile, il prezzo del petrolio ha registrato una lieve correzione quando il Tesoro americano ha lasciato intendere che alcune petroliere iraniane potrebbero comunque transitare nello stretto.

Ma la sensazione diffusa nelle capitali mondiali è che la crisi sia appena all’inizio.

Tra alleati divisi, fronti di guerra che si moltiplicano e un Medio Oriente sempre più incendiato, il rischio di un conflitto su scala globale non appare più una semplice ipotesi.

Autore Giuseppe Ballerini
Categoria Esteri
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