C’è un dato che più di altri fotografa il declino silenzioso del lavoro in Italia: tra il 2014 e il 2024 i salari sono cresciuti meno dell’inflazione. Dieci anni buttati, in cui l’aumento nominale delle retribuzioni si è trasformato, nei fatti, in una perdita secca di potere d’acquisto. I numeri del Civ dell’Inps sono impietosi: nel settore privato la retribuzione annua media è salita del 14,7%, nel pubblico dell’11,7%. Peccato che nello stesso periodo l’inflazione cumulata abbia sfiorato il 20%, con la fiammata devastante del biennio 2022-2023, quando guerra e caro energia hanno fatto esplodere i prezzi mentre gli stipendi restavano inchiodati.

Il risultato è noto a chiunque faccia la spesa o paghi un affitto: salari reali più bassi, consumi compressi, famiglie che arrancano. Non lo dice solo l’Inps, lo certifica anche l’Ocse: all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021.

Un arretramento che pesa soprattutto sui lavoratori dipendenti, quelli che non hanno rendite da difendere né scorciatoie fiscali.

Poi c’è il confronto internazionale, che rasenta l’umiliazione. La retribuzione annua media in Italia è di 24.486 euro. All’estero la media supera i 74 mila. Anche tenendo conto delle diverse metodologie, il divario resta abissale. Come ha ricordato il governatore di Bankitalia Fabio Panetta, un giovane laureato in Germania guadagna l’80% in più di un coetaneo italiano, in Francia il 30% in più. Non è solo una questione salariale: è una spinta strutturale all’emigrazione qualificata, uno svuotamento progressivo del capitale umano del Paese.

A tutto questo si aggiunge la storica frattura territoriale. Nel Nord Ovest si viaggia attorno ai 29 mila euro annui, nel Sud si scende sotto i 19 mila, nelle Isole ancora meno. Due Italie salariali che convivono nello stesso mercato del lavoro, con effetti devastanti su coesione sociale e sviluppo.

Commentando il rapporto Inps, le sigle sindacali hanno puntato l’attenzione sulla necessità di rivedere alcuni meccanismi della contrattazione e di creare un argine normativo alla proliferazione degli accordi pirata, chiedendo di arrivare a un testo di legge che privilegi il criterio della rappresentanza perchè tra 2014 e 2024 l’inflazione è stata più alta dei rinnovi salariali, perchè il potere d’acquisto in questi dieci anni non è stato tutelato e perchè non è più possibile rinnovare i contratti ogni tre o quattro anni, ma c’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari per un recupero certo dell’inflazione!!!

Ma la domanda è una sola: fino ad oggi, dov’erano i sindacati?

Perché per anni i rinnovi contrattuali sono stati firmati al ribasso, accettando aumenti insufficienti, tempi lunghi, meccanismi di tutela dell’inflazione sempre più deboli? Perché si è tollerata la proliferazione dei contratti pirata senza alzare barricate vere? La verità, che molti lavoratori hanno già interiorizzato, è che il sindacato confederale ha spesso sonnecchiato, più preoccupato di gestire i propri affari che di difendere davvero i salari.

Non è un caso se tanti lavoratori dipendenti hanno stracciato la tessera sindacale. Non per ideologia, ma per disillusione. Quando il carrello costa di più e lo stipendio resta uguale, la distanza tra chi rappresenta e chi dovrebbe essere rappresentato diventa evidente.

Oggi servono scelte radicali, non solo buone intenzioni: contratti più rapidi, meccanismi automatici di recupero dell’inflazione, una legge sulla rappresentanza che tagli le gambe agli accordi pirata, una contrattazione che torni a redistribuire davvero la produttività. Ma serve anche un’autocritica sincera. Senza quella, ogni appello rischia di suonare come l’ennesimo comunicato. E i salari, intanto, continueranno a restare nelle stalle mentre i prezzi volano, facendo persino rimpiangere la vecchia, cara, scala mobile!