Ex Ilva, l'investitore c'è. Le garanzie no
La notizia è ufficiale: il fondo americano Flacks Group è l'investitore scelto per proseguire il negoziato esclusivo sull'acquisizione dell'ex Ilva. Le indiscrezioni dei giorni scorsi trovano così conferma, e la macchina istituzionale si rimette in moto. Ma se sulla procedura formale tutto fila, sul piano sostanziale restano più domande che risposte. E non sono domande marginali.
Il profilo dell'operazione è noto: cinque miliardi di investimenti annunciati, quattro milioni di tonnellate di acciaio, 8.500 lavoratori subito e una proiezione a 10 mila, con lo Stato al 40 per cento nella nuova società e una promessa di riacquisto della quota pubblica tra qualche anno. Numeri importanti, parole rassicuranti, prospettive ambiziose. Eppure, proprio per questo, è difficile non alzare un sopracciglio.
Il primo elemento che lascia perplessi è la natura dell'acquirente. Flacks Group è un fondo d'investimento, non un operatore siderurgico. Non produce acciaio, non ha una storia industriale nel settore, non porta con sé know-how specifico. In un dossier come quello dell'ex Ilva, segnato da fallimenti industriali, errori politici e tensioni sociali mai risolte, l'assenza di un soggetto industriale “puro” pesa. Pesa eccome. Anche perché nel bando precedente c'erano produttori veri, con fabbriche, forni e mercati alle spalle. Stavolta no.
Il governo punta a chiudere entro gennaio, avviando poi l'iter del golden power e il passaggio in sede europea. L'obiettivo dichiarato è consegnare gli impianti nel primo quadrimestre del 2026. Una tabella di marcia serrata, forse troppo, se si considera che siamo ancora nella fase in cui il piano industriale è più evocato che spiegato. Titoli, annunci, interviste. Ma i dettagli operativi? Le tappe reali della decarbonizzazione? I tempi, i costi, le garanzie occupazionali? Su questi punti il silenzio è ancora assordante.
Non sorprende quindi la reazione dei sindacati. La Fiom parla apertamente di trattative “alle spalle dei lavoratori” e rilancia l'idea di una società a maggioranza pubblica. La Uilm mette il dito nella piaga: un'unica offerta, da parte di un fondo senza solidità industriale nel settore e senza trasparenza sui contenuti del piano. La Fim chiede di smettere di discutere di nomi e iniziare a discutere di scelte concrete. Tutte posizioni diverse, ma unite da un filo comune: la diffidenza.
E la diffidenza, nel caso ex Ilva, non nasce dal nulla. Nasce da decenni di promesse disattese, di piani industriali mai realizzati, di rilanci annunciati e poi ridimensionati, di lavoratori lasciati sospesi tra cassa integrazione e incertezze. In questo contesto, l'idea che un fondo d'investimento possa garantire “il futuro a lungo termine” suona più come una dichiarazione d'intenti che come una certezza verificabile.
Michael Flacks insiste sulla centralità delle persone, sull'investimento responsabile, sulla modernizzazione e sulla decarbonizzazione. Tutti concetti condivisibili, nessuno escluso. Ma il punto non è cosa si dice, bensì come e con quali strumenti lo si farà. La storia recente dell'ex Ilva insegna che le parole, da sole, non tengono accese le acciaierie né mettono in sicurezza i posti di lavoro.
C'è poi un altro aspetto che merita attenzione: il ruolo dello Stato. Un 40 per cento oggi, con l'impegno dell'investitore a riacquistarlo domani. A che prezzo? Tra 500 milioni e un miliardo, si dice. Ma in base a quali condizioni? E soprattutto: cosa succede se quel riacquisto non avviene, o avviene in un contesto industriale ancora fragile? Il rischio è che la presenza pubblica diventi una rete di sicurezza per l'investitore e non una leva di controllo reale.
In definitiva, la scelta di Flacks Group non chiude affatto la vicenda ex Ilva. La riapre, sotto nuove forme. Apre una fase in cui serviranno meno annunci e più trasparenza, meno slogan e più vincoli verificabili. Perché l'acciaio, a Taranto, non è solo un business: è lavoro, ambiente, salute, territorio. E su questi terreni, la perplessità non è un vezzo. È una precauzione.