Politica

Il Garante della Privacy non si dimette: l'ennesima farsa dell'autonomia "a orologeria"

Il collegio del Garante della Privacy non si dimette. Dopo giorni di voci, smentite e accuse incrociate, Pasquale Stanzione si è presentato con la solita compostezza istituzionale per ribadire che tutto va bene, che le accuse sono "infondate" e che l'Autorità agisce con "piena indipendenza di giudizio". Parole che suonano stonate, se non ipocrite, dopo l'ennesima bufera che travolge un organismo che dovrebbe incarnare la neutralità e la trasparenza, ma che ormai appare sempre più come un sistema per garantire stipendi e prestigio politico travestito da organo di garanzia per i cittadini.

La questione è semplice, e proprio per questo fastidiosa: il programma Report ha sollevato dubbi pesanti su un presunto ammorbidimento di una multa milionaria a Meta, avvenuto – secondo quanto riportato – dopo un incontro tra un componente del Garante, Agostino Ghiglia, e un rappresentante della stessa azienda. Ghiglia, lo ricordiamo, è espressione di Fratelli d'Italia all'interno del collegio. Un dettaglio che da solo basterebbe a rendere la vicenda politicamente esplosiva.

E invece no. Niente passi indietro, nessuna autocritica, nessun segnale di trasparenza. Stanzione, presidente "di area Pd", ha preferito alzare lo scudo della rispettabilità istituzionale, liquidando tutto come "mistificazione". Una parola elegante per dire: "state zitti, non capite". Ma il problema non è la narrazione "di Report". È il fatto che, ogni volta che un'Authority viene accusata di sudditanza o di doppi standard, la risposta sia sempre la stessa formula vuota: "piena indipendenza di giudizio".

Indipendenza da chi? Dalla legge? Dalla politica? O semplicemente dall'opinione pubblica che osa chiedere conto delle decisioni?

Perché qui non si parla solo di una multa a Meta o di un servizio televisivo. Si parla del principio di fiducia nelle istituzioni. Quando un organo di garanzia smette di essere percepito come super partes, ogni sua decisione – anche la più legittima – diventa sospetta. E la scelta di "non dimettersi" diventa, più che un atto di fermezza, un gesto di arroganza.

Certo, Stanzione rivendica che il Garante a volte decide "contro" e a volte "a favore" del governo. Ma questa non è indipendenza: è casualità amministrativa. L'autonomia non si misura in percentuali di convenienza, ma nella capacità di stare fuori dai giochi. E i giochi, qui, ci sono eccome.

La verità è che le Authority italiane sono da tempo colonizzate dai partiti, ridotte a poltrone "a scadenza di governo". La Privacy non fa eccezione. E ogni volta che un suo membro viene difeso più per l'appartenenza politica che per la trasparenza delle decisioni, la credibilità dell'istituzione muore un po' di più.

Il collegio non si dimette? Bene. Ma almeno si risparmi la retorica della purezza. Perché, a questo punto, l'unica cosa davvero "indipendente" in tutta questa storia è la distanza crescente tra le istituzioni e i cittadini che dovrebbero tutelare.


In merito a Stanzione...

Report, 1 novembre: "A votare a favore della multa a Report è stato anche il Presidente Pasquale Stanzione, maestro e guida dell’Avvocato Salvatore Sica, fratello di Silverio Sica, avvocato di Sangiuliano. Salvatore Sica è stato anche consigliere giuridico al ministero della cultura diretto da Sangiuliano".

Report, 2 novembre: "Il 24 gennaio 2024 Giovanni Sciancalepore, professore all’Università di Salerno, viene nominato consigliere giuridico del Presidente Pasquale Stanzione al Garante della Privacy, un incarico prestigioso e ben retribuito. Due giorni prima, Sciancalepore presiede la commissione d’esame che assegna alla nipote di Pasquale Stanzione la qualifica di Professore ordinario".

Report, 10 novembre: "Il collegio del garante appena insediato, nel 2020, ha ricevuto un aumento delle spese di rappresentanza che passano da 3500 a 5000 euro, 1500 euro in più al mese".



Crediti immagine: @Report (Facebook)

Autore Marzio Bimbi
Categoria Politica
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