Il centrodestra di Giorgia Meloni stravince in Calabria. Una vittoria che smentisce le piazze!
Nonostante i cortei, le manifestazioni e tutte le 'agitazioni' possibili e immaginabili messe in piazza contro il Governo Meloni, il centrodestra stravince anche le Regionali calabresi
Insomma, tanto rumore per nulla. Cortei, manifestazioni, piazze indignate e dichiarazioni roboanti contro il governo Meloni: sembrava il preludio a una riscossa elettorale, l’anticamera di un cambiamento politico. E invece, ancora una volta, la realtà delle urne spazza via l’illusione. In Calabria, Roberto Occhiuto vince a mani basse e si conferma governatore con quasi il 60% dei voti, lasciando Pasquale Tridico – la speranza del cosiddetto “campo largo” – a 18 punti di distanza. Non una vittoria: un plebiscito.
E qui sta la prima, dolorosa verità: la rabbia delle piazze non vale un voto se dietro non c’è un progetto credibile. Il centrosinistra, ancora una volta, ha confuso la protesta con la proposta, l’indignazione con la partecipazione. Ha urlato molto, ha parlato di “resistenza”, di “alternativa”, ma quando si è tratta di tradurre gli slogan in consenso resta fermo al palo. Tridico, ex presidente dell’INPS, non è riuscito a bucare lo schermo elettorale. La sua candidatura, forse più figlia di accordi di vertice che di radicamento vero, si è fermata sotto il 40%, fotografando un’opposizione che non scalda i cuori e non convince le teste.
Poi c’è il dato più imbarazzante: l’affluenza.
Solo il 43% dei calabresi è andato a votare. Meno di uno su due. È la dimostrazione plastica di una democrazia che si svuota mentre le piazze urlano. L’astensionismo è diventato il vero partito di opposizione, e non è un caso che colpisca proprio le aree dove la sinistra dovrebbe essere più forte. Perché indignarsi è facile, partecipare è un’altra cosa. E il centrosinistra, a quanto pare, non sa più nemmeno come parlare a quella parte di Paese che vorrebbe rappresentare.
Occhiuto, invece, ha fatto una scelta che molti giudicavano azzardata: dimettersi dopo un avviso di garanzia per corruzione e tornare subito al giudizio dei cittadini. Ha scommesso su se stesso e ha vinto. E lo ha fatto ribaltando la narrazione di chi pensava di abbatterlo per via giudiziaria.
«È stato sconfitto chi voleva batterci nei tribunali», ha detto a caldo. Tradotto: la politica la decide il voto, non le procure. Una frase che piacerà o farà storcere il naso, ma che oggi suona come un verdetto.
Il centrodestra, intanto, brinda. E non solo per la vittoria calabrese, celebrata a Lamezia Terme come un trionfo, ma perché questo risultato rafforza la posizione di Meloni e dà slancio alle prossime sfide in Campania, Puglia, Veneto e Lombardia. Il messaggio è chiaro: anche dove la sinistra spera di riaprire i giochi, il centrodestra resta il punto di riferimento per la maggioranza degli elettori.
Il voto calabrese è più di un’elezione regionale: è una lezione politica. Dice che le piazze possono fare rumore, ma il rumore non sposta un singolo voto se non è accompagnato da visione e credibilità. Dice che il centrosinistra è ancora un cantiere aperto, incapace di incarnare un’alternativa reale. E dice, soprattutto, che il centrodestra, tra errori e polemiche, continua a vincere perché agli occhi degli italiani resta l’unica opzione che governa, decide e non ha paura del giudizio popolare.
Altro che “vento del cambiamento”: in Calabria ha soffiato sempre lo stesso vento. E ha spazzato via l’ennesima illusione delle opposizioni.
Sul piano nazionale, questa vittoria consegna a Giorgia Meloni un capitale politico ancora più solido.
La premier può affrontare le prossime sfide – dalle candidature in regioni chiave come Campania e Puglia fino alle Politiche – con la consapevolezza di guidare una coalizione che tiene, cresce e vince. Il messaggio che arriva da Sud è inequivocabile: l’egemonia del centrodestra non è effimera né circoscritta, ma strutturale. E se il centrosinistra continuerà a inseguire piazze e hashtag invece di costruire visioni e leadership, rischia di regalare a Meloni non solo le regioni ma anche il futuro del Paese.