Miliardi impegnati, ritorni scarsi: il flop di Salvini che frena la crescita
Il bilancio del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti guidato da Matteo Salvini può essere letto in chiave economica come una gestione di grandi flussi finanziari – in gran parte ereditati – accompagnata da risultati disomogenei rispetto agli obiettivi dichiarati.
Il punto centrale non è tanto “quanto si è speso”, ma come e con quali ritorni economici e infrastrutturali.
La massa finanziaria (PNRR, fondi nazionali e opere strategiche) che il MIT si è trovato a gestire una dotazione senza precedenti. Le risorse complessive per infrastrutture e mobilità superano i 100 miliardi di euro, tra circa 60 miliardi destinati direttamente a trasporti e reti, più i fondi complementari nazionali e le programmazioni pluriennali ANAS e RFI.
A questi si aggiungono le grandi opere simboliche, come il Ponte sullo Stretto, il cui valore complessivo aggiornato oscilla tra 12 e 14 miliardi di euro, che avrebbe dovuto avere un forte impatto atteso su occupazione e filiera, ma che ormai ha forti probabilità che venga rinviato alla prossima legislatura.
Dal mero punto di vista contabile, il ministero ha garantito una continuità nella spesa, evitando rallentamenti nell’utilizzo dei fondi europei. Tuttavia, come evidenziato da analisi de Il Sole 24 Ore, il vero nodo resta la capacità di trasformare stanziamenti in cantieri e cantieri in opere concluse.
Gli obiettivi dichiarati dal ministero si articolavano su tre direttrici economiche: crescita, sicurezza, riduzione dei costi logistici.
Sul primo punto, gli investimenti pubblici hanno effettivamente contribuito al PIL, con il settore costruzioni sostenuto dalla spesa pubblica. Tuttavia, secondo analisi di Milano Finanza, l’effetto moltiplicatore resta inferiore alle attese a causa dei ritardi attuativi e della dispersione degli interventi.
Il principale risultato economico è quindi l’alto livello di impegni finanziari, più che il completamento delle opere. Non è una buona notizia.
Le risorse per manutenzione stradale e provinciale ammontano a diversi miliardi annui, ma la loro efficacia è stata limitata da problemi di governance.
Secondo dati riportati da Il Sole 24 Ore, gli enti locali dichiarano di aver impegnato fino al 95% dei fondi disponibili, ma con difficoltà nella realizzazione effettiva.
Anche in questo caso, il principale risultato economico è l’alto livello di impegni finanziari, più che il completamento delle opere.
Intanto, il costo del dissesto resta uno degli elementi più critici in chiave economica.
Secondo dati elaborati su base ISPRA e riportati dalla stampa economica, le aree a rischio sono aumentate di circa il 15% negli ultimi anni e gli eventi estremi generano danni per miliardi di euro ogni anno.
Questo si traduce in costi diretti (ricostruzione, emergenze) e costi indiretti (interruzioni logistiche, perdita di produttività).
In termini prettamente economici, significa che una parte rilevante della spesa pubblica è difensiva, non produttiva: serve a riparare danni invece che a generare crescita.
Il nodo strutturale che caratterizza la gestione Salvini è, insomma, la così detta inefficienza della "catena di trasformazione" della spesa pubblica:
- Stanziamento → avviene regolarmente
- Impegno → elevato
- Realizzazione → lenta
- Impatto economico → ritardato
Questa inefficienza riduce il moltiplicatore degli investimenti e mantiene alto il gap infrastrutturale.
Nella sostanza, dal punto di vista economico, il ministero ha operato su una massa di risorse straordinaria senza riuscire a trasformarla pienamente in risultati proporzionati.
In definitiva, più che una stagione di espansione infrastrutturale, quella in corso appare come una fase in cui l’Italia spende molto ma trasforma poco, con effetti economici ancora lontani dal potenziale delle risorse disponibili.