"Nel caso Magherini e altri contro Italia, la Corte ha ritenuto che vi fossero state due violazioni del diritto alla vita/all'indagine.I ricorrenti nel caso hanno sostenuto che gli agenti delle forze dell'ordine ( carabinieri ) avevano fatto uso eccessivo della forza nel 2014 quando erano stati inviati a soccorrere il loro parente, RM, visibilmente agitato e sconvolto in una strada di Firenze. L'uomo è morto dopo che i carabinieri lo avevano immobilizzato e ammanettato, tenendolo in posizione prona per circa 20 minuti.La Corte ha ritenuto che il fatto che i carabinieri abbiano tenuto RM a terra in posizione prona per circa 20 minuti dopo la sua immobilizzazione iniziale, e anche dopo che aveva apparentemente perso conoscenza, non fosse stato assolutamente necessario per contenerlo. Ha inoltre riscontrato carenze nell'indagine successiva (per quanto riguarda la sua indipendenza), nella formazione degli agenti delle forze dell'ordine sulle tecniche di immobilizzazione e nelle linee guida in vigore in Italia all'epoca per il posizionamento degli individui in posizione prona con il minimo rischio per la salute e la vita.La Corte, tuttavia, non si è pronunciata in merito ad alcuna responsabilità penale degli individui coinvolti nell'incidente, né ha messo in discussione le decisioni dei tribunali italiani, che avevano infine assolto i quattro carabinieri coinvolti nell'incidente".
Questo il comunicato stampa con cui la CEDU ha condannato l'Italia per il cso Magherini.
La condanna dello Stato italiano da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per la morte di Riccardo Magherini non è un dettaglio giuridico, né una nota a piè di pagina per addetti ai lavori. È una sentenza che grida, che accusa, che mette a nudo un sistema che preferisce assolversi da solo piuttosto che interrogarsi seriamente sui propri fallimenti. E arriva mentre il governo spinge nuovi “pacchetti sicurezza”, con tanto di scudo penale per le forze dell’ordine, come se il problema fosse l’eccesso di controlli e non, al contrario, la loro drammatica insufficienza.
Riccardo Magherini muore in una notte gelida del marzo 2014, a Firenze. È in stato di alterazione, sì. È agitato, certo. Ma è vivo. E lo resterà finché viene immobilizzato, ammanettato e tenuto a terra, a pancia in giù, per circa venti minuti. Venti. Minuti. Anche quando smette di reagire. Anche quando diventa incosciente. Anche quando urla, implora, soffoca. Quelle urla sono state ascoltate in aula, sono agli atti. Non sono un’opinione: sono un fatto.
La Corte di Strasburgo non usa mezzi termini. Tenere una persona immobilizzata in posizione prona per tutto quel tempo “non era assolutamente necessario”. Non lo era dal punto di vista operativo. Non lo era dal punto di vista medico. Non lo era dal punto di vista umano. In quei momenti – lo ricorda il fratello Andrea, con una semplicità che pesa come un macigno – Riccardo andava girato. Doveva respirare. Fine. Tutto il resto sono giustificazioni costruite dopo.
E invece cosa emerge? Che all’epoca non esistevano linee guida chiare e vincolanti su come immobilizzare una persona riducendo i rischi per la vita. Che una circolare interna, peraltro tardiva e non in vigore al momento dei fatti, metteva in guardia proprio dai pericoli della posizione prona, soprattutto in presenza di droghe. Che quelle stesse avvertenze, anziché essere rafforzate, sono state rimosse negli anni successivi. Cancellate. Come se il problema non fosse mai esistito.
Ancora più grave: lo Stato non è stato in grado di dimostrare che i carabinieri coinvolti avessero ricevuto una formazione adeguata su tecniche di immobilizzazione potenzialmente letali. Nessuna prova. Nessuna. Eppure oggi si parla di allargare tutele penali, di proteggere chi indossa una divisa da “inermi” cittadini e da magistrature troppo curiose. Davvero il messaggio è questo? Prima spariamo lo scudo, poi – forse – ci preoccupiamo della formazione?
La violazione del diritto alla vita non si ferma all’uso della forza. La Corte rileva anche l’inadeguatezza delle indagini. Agenti direttamente coinvolti che interrogano testimoni chiave, pochi minuti dopo i fatti, in un pronto soccorso. Indipendenza? Trasparenza? Sono parole che qui suonano vuote. Non basta celebrare processi se il contesto è viziato fin dall’inizio.
Alla fine lo Stato italiano pagherà 180mila euro alla famiglia Magherini. Una cifra che non risarcisce nulla, non restituisce una vita, non cancella le urla registrate. È solo il prezzo – peraltro modesto – di una responsabilità riconosciuta a livello europeo dopo che in patria era arrivata l’assoluzione definitiva degli agenti coinvolti. Tutto regolare, formalmente. Tutto profondamente sbagliato, sostanzialmente.
E non è un caso isolato. La stessa Corte sta esaminando un altro ricorso, un’altra morte, un’altra persona immobilizzata a terra: Vincenzo Sapia, nel cosentino, affetto da disturbi psichiatrici, morto pochi mesi dopo. Stesso schema, stesso epilogo, stessa rimozione collettiva.
Di fronte a tutto questo, parlare di “sicurezza” senza parlare di formazione, di protocolli chiari, di controlli indipendenti e di responsabilità reali non è solo ipocrisia. È pericoloso. Perché la vera insicurezza nasce quando lo Stato non è in grado di proteggere il diritto più elementare di tutti: quello di restare vivi mentre è lo Stato stesso a metterti le mani addosso.
Questo il commento di Ilaria Cucchi:
La morte di Riccardo Magherini si poteva e si doveva evitare.È una sentenza storica, quella con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato oggi una verità impossibile da accettare per lo Stato italiano, che abbiamo aspettato più di dieci anni. Dieci anni e più di dolore per una famiglia che, in quella maledetta mattina del 3 marzo 2014, si vide portare via un proprio caro, quando più aveva bisogno di aiuto.Riccardo in quelle ore vagava in preda al panico. Non stava bene.I carabinieri lo fermarono, lo immobilizzarono e ammanettarono, tenendolo a pancia in giù per più di venti minuti. Riccardo all’inizio urlava, poi un po’ alla volta perse la voce, e con quella tutte le energie rimaste.Morì di arresto cardiaco.Morì per la mancanza di linee guida che tutelassero il diritto alla vita del fermato, contro quella che sarebbe diventata tristemente famosa come la “manovra Floyd”.Morì per la mancanza di formazione delle forze dell’ordine.Quella che in tutto questo tempo avrebbe dovuto essere al centro non solo dei processi sulla sua morte, ma di una riflessione collettiva, politica, sulle misure di sicurezza.Invece, in un Paese dove si fabbrica un decreto sicurezza all’anno, di quella formazione non si è mai occupato nessuno. Ma oggi le parole della Corte restituiscono la verità. E fanno di più. Con la sentenza, infatti, la CEDU ci obbliga a fare una legge per evitare che altri interventi su strada si trasformino in una condanna a morte.Ora non abbiamo più scuse.Lo dobbiamo a Riccardo.


