Esteri

Trump, Hamas e il teatro della pace: quando la guerra diventa un affare


C'è qualcosa di profondamente marcio nel modo in cui la politica internazionale tratta la guerra a Gaza. Dopo mesi di massacri, fame e distruzione, assistiamo all'ennesimo "accordo di pace" imposto dall'alto, questa volta orchestrato da Donald Trump, lo stesso che, fino a pochi mesi fa, proponeva di espellere i palestinesi da Gaza e trasformare la Striscia in un "resort controllato dagli Stati Uniti".
Eppure, paradossalmente, Hamas ha deciso di fidarsi di lui.


L'illusione del garante

Secondo fonti palestinesi, la leadership di Hamas avrebbe trovato in Trump una figura capace di "tenere testa a Netanyahu", dopo che il presidente USA impose al premier israeliano di telefonare all'emiro del Qatar per scusarsi per il bombardamento israeliano su Doha.
Un atto teatrale, certo — ma che ha alimentato la convinzione, tra alcuni dirigenti di Hamas, che Trump potesse davvero frenare l'arroganza israeliana. Da lì, il passo verso la firma del cessate il fuoco mediato da Washington è stato breve.

Il nuovo accordo, entrato in vigore venerdì, prevede la liberazione degli ostaggi senza una garanzia scritta di ritiro israeliano. In pratica, Hamas ha rinunciato all'unico strumento di pressione rimasto, fidandosi della parola di un uomo che cambia idea a seconda del pubblico che lo applaude.


Una scommessa disperata

Gli stessi dirigenti di Hamas ammettono che si tratta di un rischio enorme. Tutto poggia sulla speranza che Trump, per orgoglio o per tornaconto politico, non lasci fallire il suo "piano di pace".
Ma non è la prima volta che i palestinesi si aggrappano a promesse americane destinate a evaporare. A gennaio, dopo un cessate il fuoco mediato dallo stesso Trump, Israele aveva ripreso i bombardamenti non appena gli ostaggi furono liberati: oltre 16.000 palestinesi sono morti nei mesi successivi.

Oggi la storia potrebbe ripetersi. Hamas ha accettato garanzie verbali — niente firme, niente impegni concreti. Solo parole di Washington, del Qatar, dell'Egitto e della Turchia. In cambio, Israele manterrà il controllo di metà della Striscia, mentre Hamas sopravvive come organizzazione ma senza reali strumenti di difesa o potere politico.


Una "pace" costruita sul ricatto

Trump presenta il suo "piano per Gaza" come una road map verso la fine della guerra, ma la verità è che questa tregua è solo una mossa strategica. Serve a consolidare la sua immagine da "uomo forte" in vista del suo ritorno sulla scena mondiale, mentre i palestinesi vengono ancora una volta ridotti a pedine in un gioco di potere tra Washington e Tel Aviv.

È emblematico che Hamas si sia convinta a firmare solo dopo le telefonate dirette di Trump e l'intervento dei suoi emissari Jared Kushner e Steve Witkoff, imprenditori e affaristi travestiti da diplomatici. La politica estera americana resta una questione di soldi e immagine, non di giustizia o autodeterminazione dei popoli.

Una tregua che non è pace
Nonostante la propaganda, l'accordo non sancisce la fine della guerra. Israele resta presente militarmente, il blocco su Gaza non è stato revocato, e nessun passo concreto è stato fatto verso uno Stato palestinese.
L'unico risultato tangibile è la liberazione dei prigionieri israeliani detenuti a Gaza — un atto umanitario che non dovrebbe mai essere merce di scambio — e una tregua fragile, sostenuta dal capriccio di un politico americano in cerca di gloria.


Il colonialismo non si negozia

Il vero problema non è Trump, né Hamas, né Netanyahu presi singolarmente. Il problema è un sistema internazionale che continua a trattare la Palestina come una questione di "ordine" e "stabilità", mai di giustizia.
Fintanto che la libertà palestinese dipenderà dalle telefonate di un presidente americano o dal buon umore di un primo ministro israeliano, ogni "accordo di pace" sarà solo una pausa di crimini e violenze (anche se pausa è un termine molto ottimistico, visto quanto sta accadendo in Cisgiordania).

E mentre Trump vola verso il Medio Oriente per il suo "tour della vittoria", Gaza resta una prigione a cielo aperto.

Altro che pace: è solo una nuova puntata nella lunga farsa del moderno colonialismo.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
ha ricevuto 460 voti
Commenta Inserisci Notizia