Case di comunità, il "miracolo" di Schillaci: davvero 1.156 strutture sono già operative o i numeri raccontano un'altra storia?
Il ministro della Salute Orazio Schillaci parla di una svolta storica per la sanità territoriale italiana. I numeri illustrati in Senato sembrano raccontare una macchina ormai lanciata a pieno regime: oltre 1.400 Case della Comunità inserite nei Contratti istituzionali di sviluppo, 1.038 destinate a soddisfare il target europeo del PNRR e, soprattutto, ben 1.156 strutture già dichiarate operative dalle Regioni. Un risultato che, nelle parole del ministro, sarebbe la dimostrazione concreta che il Governo ha finalmente trasformato in realtà ciò che per quindici anni sarebbe rimasto soltanto sulla carta.
Il quadro descritto da Schillaci è quello di una rivoluzione ormai in atto. "Si parlava da quindici anni di medicina territoriale. Quindici anni di convegni, slogan e proclami elettorali. Con il lavoro e con pochi slogan abbiamo realizzato quello che altri sbandieravano", ha affermato rispondendo ad una compiacente interrogazione di Forza Italia. Una dichiarazione destinata inevitabilmente a suscitare consenso tra i sostenitori dell'esecutivo, ma che apre anche numerosi interrogativi sulla reale corrispondenza tra i dati annunciati e la situazione effettivamente vissuta dai cittadini.
Il ministro ha ricordato come il principale investimento della Missione Salute del PNRR ammonti a circa 2 miliardi di euro, ai quali si aggiungono altri 240 milioni del Fondo opere indifferibili e circa 560 milioni provenienti da Regioni e aziende sanitarie. L'obiettivo europeo è realizzare almeno 1.038 Case della Comunità pienamente conformi agli standard previsti dal Decreto Ministeriale 77 del 2022.
Ed è proprio questo il punto sul quale nascono le maggiori perplessità.
Perché parlare di Case della Comunità "operative" non significa automaticamente che siano già in grado di garantire tutti i servizi che la normativa impone. Il Decreto Ministeriale 77, infatti, non immagina semplicemente edifici inaugurati con una targa all'ingresso, ma strutture dotate di personale multidisciplinare stabile e di un'offerta assistenziale ben precisa.
Secondo gli standard minimi fssati dal PNRR, una Casa della Comunità completa dovrebbe infatti assicurare "almeno" una presenza medica continuativa 24 ore su 24 per sette giorni alla settimana, assistenza infermieristica almeno dodici ore al giorno tutti i giorni dell'anno, un organico composto mediamente da sette-undici infermieri di famiglia e di comunità, almeno un assistente sociale, cinque-otto operatori di supporto, oltre alla presenza dei medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali.
Una configurazione organizzativa estremamente ambiziosa che, già sulla carta, si scontra con una delle emergenze più note della sanità italiana: la cronica carenza di personale.
Da anni il Servizio sanitario nazionale denuncia la difficoltà nel reperire medici di medicina generale, infermieri, specialisti e operatori sociosanitari. In molte aree del Paese migliaia di cittadini sono ancora senza medico di famiglia, mentre gli ospedali continuano a registrare carenze di organico che costringono a chiusure temporanee di reparti, riduzione delle attività e crescente ricorso ai cosiddetti "medici a gettone".
È quindi inevitabile chiedersi dove siano stati reperiti, nel giro di pochi giorni, i professionisti necessari a rendere realmente operative oltre mille strutture distribuite sull'intero territorio nazionale.
Il dubbio nasce anche dalla tempistica.
Soltanto il 26 giugno è stata raggiunta l'intesa sul nuovo Accordo collettivo nazionale della medicina generale, che secondo lo stesso Schillaci rappresenta il momento in cui "il progetto delle Case della Comunità parte davvero". Eppure, appena una settimana dopo, il ministro annuncia che le Regioni hanno già comunicato l'operatività di 1.156 Case della Comunità.
Una coincidenza temporale che inevitabilmente alimenta interrogativi.
Possibile che un accordo appena firmato abbia consentito nel giro di pochissimi giorni di rendere pienamente funzionanti centinaia di strutture? Oppure il concetto di "operatività" utilizzato nelle comunicazioni regionali coincide semplicemente con l'apertura dell'edificio, indipendentemente dalla piena disponibilità di tutti i servizi previsti dal DM 77?
È una differenza sostanziale.
Perché una struttura aperta al pubblico per alcune ore al giorno non equivale necessariamente a una Casa della Comunità pienamente funzionante secondo gli standard del PNRR. Così come la presenza occasionale di alcuni professionisti non coincide automaticamente con quell'équipe multidisciplinare permanente descritta dal decreto ministeriale.
Lo stesso ministro, nel suo intervento, ha riconosciuto che alcune Regioni hanno incontrato difficoltà e che il percorso non è concluso. Ha inoltre sottolineato come questo rappresenti soltanto un "primo passo" e che serviranno ulteriori interventi, compresi quelli relativi alla formazione dei futuri medici di medicina generale.
Parole che sembrano in parte attenuare l'immagine di una rete già pienamente funzionante delineata pochi minuti prima.
Anche perché il vero banco di prova non saranno le conferenze stampa né le comunicazioni inviate dalle amministrazioni regionali, ma ciò che i cittadini troveranno entrando nelle Case della Comunità.
Troveranno davvero un medico disponibile ventiquattro ore su ventiquattro? Saranno presenti infermieri per dodici ore al giorno tutti i giorni della settimana? Esisteranno realmente équipe complete con assistenti sociali, operatori di supporto, pediatri e specialisti, oppure in molti casi ci si limiterà ad alcuni servizi parziali in attesa che gli organici vengano completati?
Sono domande che oggi restano senza una risposta verificabile su scala nazionale.
Per questo le dichiarazioni del ministro, pur sostenute da numeri ufficiali forniti dalle Regioni, meritano probabilmente di essere accompagnate da una dose di prudenza. La storia recente della sanità italiana insegna infatti che tra inaugurare una struttura e renderla pienamente funzionante esiste spesso una distanza considerevole.
Le Case della Comunità rappresentano senza dubbio uno degli interventi più importanti previsti dal PNRR e potrebbero realmente cambiare il volto dell'assistenza territoriale. Ma affinché ciò accada serviranno soprattutto professionisti, organizzazione e risorse umane, non soltanto edifici inaugurati o percentuali raggiunte.
Perché, al di là degli annunci politici, sarà la realtà quotidiana vissuta dai pazienti a stabilire se la rivoluzione della medicina territoriale sia davvero iniziata oppure se ci si trovi ancora davanti all'ennesimo obiettivo raggiunto soprattutto sulla carta.
E, almeno per ora, davanti all'improvvisa esplosione di oltre mille Case della Comunità dichiarate operative subito dopo un accordo con una parte della medicina generale, il dubbio resta tutt'altro che secondario. Ai cittadini non basta sapere che una struttura è stata conteggiata come "aperta": vogliono sapere se, una volta varcata la porta, troveranno davvero tutti quei servizi che il PNRR e il Decreto Ministeriale 77 avevano promesso. Fino a quando questa verifica non sarà possibile in modo trasparente e uniforme, gli annunci del Governo continueranno inevitabilmente a essere accolti con più di uno scetticismo.