Un dialogo sincero che accompagna il lettore tra fragilità, resilienza e ricerca di senso. Ainalem Sansone racconta il cammino che ha dato vita a “Senza radici non si vola”, un libro capace di intrecciare memoria personale e riflessione universale, trasformando il dolore in consapevolezza e la scrittura in strumento di rinascita.

Nelle prime pagine scrive che per molto tempo ha vissuto con un vuoto difficile da spiegare. Crede che la scrittura di “ Senza radici non si vola” abbia permesso di dare finalmente un nome a quel vuoto?
Sì, assolutamente.
Per molto tempo quel vuoto è stato una sensazione senza parole: non era tristezza, non era mancanza d’amore, non era insoddisfazione materiale. Era qualcosa di più sottile, come sentirsi fuori posto nella propria stessa vita.
La scrittura di “Senza radici non si vola” mi ha permesso di dare finalmente un nome a quel vuoto: era l’assenza di radici interiori, il non sapere da dove venivo per poter scegliere davvero dove andare.
Mettere la mia storia sulla carta è stato come accendere una luce dentro stanze rimaste chiuse per anni. Ho compreso che quel vuoto non era un difetto da colmare, ma un messaggio da ascoltare. Mi stava chiedendo verità, appartenenza, riconoscimento.
Scrivendo ho smesso di combatterlo e ho iniziato ad accoglierlo.
Ed è lì che il vuoto ha cambiato forma: da ferita è diventato spazio, da assenza è diventato possibilità. Oggi so che non era “qualcosa che mancava in me”, ma una parte della mia storia che chiedeva di essere vista. Dare un nome a quel vuoto mi ha restituito direzione, presenza e soprattutto libertà.
Il libro racconta il viaggio di sua madre da Macallè ad Addis Abeba con un intensità epica. Quanto della sua forza vive oggi dentro il suo modo di affrontare il mondo?
Credo che la forza di mia madre viva in me molto più di quanto io stessa abbia compreso per anni.
Il suo viaggio da Macallè ad Addis Abeba non è stato solo uno spostamento geografico: è stato un atto di coraggio puro, una scelta di sopravvivenza e di dignità in un tempo in cui alle donne non era concesso scegliere. Oggi quella forza si manifesta nel mio modo di stare nel mondo. Non come durezza, ma come resistenza silenziosa. Come capacità di continuare anche quando la strada non è chiara, di non arrendermi davanti alle fratture, di cercare senso invece di fuggire dal dolore.
Da lei ho ereditato la tenacia, il passo che va avanti anche con la paura. Ma il mio viaggio è stato diverso: se lei ha camminato per garantire la vita, io ho camminato per darle significato. La sua forza vive in me ogni volta che scelgo la verità, anche quando costa. Ogni volta che non mi nego, che non torno indietro per compiacere, che resto fedele ai miei valori come a una bussola.
Le dinamiche familiari, soprattutto il rapporto tra Awetash e Madga, sono centrali. Che riflessione desidera aprire sul tema dei ruoli, delle ferite e dei non detti delle famiglie?
Attraverso il rapporto tra Awetash e Magda ho sentito il bisogno di portare luce su ciò che spesso nelle famiglie resta nascosto sotto il silenzio: i ruoli che assumiamo per sopravvivere, le ferite che non vengono nominate e i non detti che finiscono per pesare più delle parole.
Nelle famiglie raramente il dolore nasce dalla mancanza d’amore. Nasce piuttosto da amori confusi, da responsabilità prese troppo presto, da equilibri distorti in cui qualcuno diventa forte per tutti e qualcun altro impara a controllare per non perdere il proprio posto.
Awetash e Magda rappresentano due modi diversi di reagire alla stessa radice: una sceglie la direzione, l’altra la deviazione. Entrambe forti, ma con esiti profondamente differenti. Questo ci insegna che la forza, se non è accompagnata da consapevolezza, può diventare protezione… oppure ferita che si trasmette. Il mio desiderio non è indicare colpevoli, ma invitare a una riflessione più ampia: molti dei nostri comportamenti non nascono da chi siamo, ma dal ruolo che abbiamo dovuto occupare per appartenere.
Quando i non detti si accumulano, diventano eredità invisibili. Si trasformano in scelte che non comprendiamo, in relazioni che si ripetono, in sensazioni di vuoto o di conflitto senza una causa apparente.
Scrivere questo libro è stato un modo per dire che guardare la propria storia non è un atto di accusa, ma di libertà.
Perché solo quando riconosciamo i ruoli che abbiamo indossato possiamo finalmente scegliere chi essere davvero.
E solo dando voce a ciò che è rimasto in silenzio, le ferite smettono di passare di generazione in generazione.
Nel libro alterna ricordi di bambina a pensieri maturi, quasi da terapeuta dell' assistenza. Come ha mantenuto l' equilibrio tra autenticità emotiva e lucidità narrativa?
Non è stato affatto facile, soprattutto dal punto di vista razionale.
Ma a un certo punto ho smesso di voler controllare il racconto e ho lasciato che la mia parte emotiva potesse finalmente dialogare con quella razionale. La bambina che ero aveva bisogno di essere ascoltata, non corretta.
La donna che sono oggi aveva il compito di contenere, dare senso, creare spazio perché il dolore potesse essere narrato senza travolgermi.
L’equilibrio è nato proprio lì: non censurando l’emozione, ma nemmeno lasciandola guidare tutto.
Ho permesso alla verità emotiva di emergere, mentre la lucidità e gli strumenti maturati negli anni mi aiutava a non perdermi dentro quei ricordi.
È stato come tenere per mano due parti di me: una che sentiva, l’altra che osservava.
Quando hanno iniziato a camminare insieme, il racconto ha trovato la sua voce.
Credo che l’autenticità nasca quando l’emozione non viene negata e la lucidità non diventa difesa.
Solo così una storia personale può trasformarsi in una narrazione capace di parlare anche agli altri.
Molti lettori potrebbero riconoscersi in chi “ si sente a metà” sospeso tra identità diverse. Che cosa direbbe oggi alla persona che vive questa stessa frattura?
Direi prima di tutto: non c’è nulla di sbagliato in te.
Sentirsi a metà non significa essere incompleti, significa spesso essere stati troppo forti troppo presto, o aver vissuto tra mondi che non hanno saputo nominarti fino in fondo. A chi vive questa frattura direi di non avere fretta di scegliere da che parte stare. Non sei chiamato a tagliarti in due per appartenere. La tua identità non è una scelta forzata, è un’integrazione che matura nel tempo.
Quel senso di sospensione non è una condanna, è un invito.
Ti sta chiedendo di smettere di adattarti per essere accettato e di iniziare ad ascoltarti per essere vero. Non cercare di riempire il vuoto: ascoltalo.
Dentro quella frattura spesso vive la tua forza più grande, quella che ancora non conosci perché nessuno ti ha insegnato a guardarla.
Oggi direi: non devi diventare qualcun altro per sentirti intero.
Devi solo concederti il permesso di essere tutto ciò che sei — la storia che ti ha preceduto, il dolore che ti ha formato e la scelta che oggi puoi finalmente compiere.
Perché non siamo “a metà” quando ci manca qualcosa.
Lo siamo quando non ci riconosciamo ancora.
E il giorno in cui inizi a farlo, scopri che non eri spezzato:eri solo in attesa di dare un nome a te stesso.
Dopo questo potente esordio autobiografico, ha già un nuovo progetto narrativo o editoriale in mente?
Sì, oggi posso dire di sì.
Non perché senta il bisogno di raccontare ancora me stessa, ma perché questo libro ha aperto una soglia che non può più essere richiusa. “Senza radici non si vola” è stato il racconto di ciò che mi ha formata.
Il prossimo progetto, invece, nasce dal desiderio di accompagnare chi legge oltre la mia storia, verso la propria.
Sto sentendo con chiarezza che il filo conduttore resterà lo stesso — identità, appartenenza, scelte, libertà — ma con una voce diversa: meno autobiografica e più universale. Una narrazione che intrecci racconto, riflessione e strumenti interiori, perché credo che le storie non servano solo a emozionare, ma a trasformare.
Non so ancora quando prenderà forma.
In questo momento la mia concentrazione resta nella mia evoluzione di studi e di consapevolezza: sento che continuare a formarmi è parte integrante del mio cammino e della responsabilità che porto verso le persone che incontro.
Sarebbe bello, un giorno, poter raccontare come sono arrivata fin qui.
Non solo ciò da cui sono partita, ma l’evoluzione, i passaggi, le svolte interiori. Raccontare quella vita che chiama, che spinge avanti anche quando non sai ancora dove ti porterà, ma sai che non puoi più tornare indietro.
So che quel racconto arriverà senza forzature, quando sarà maturo.
Perché oggi non scrivo per aggiungere un altro libro, ma per continuare a diventare.
Se il primo è nato per dare un nome al dolore, il prossimo nascerà per raccontare la trasformazione, il movimento, la scelta quotidiana di rispondere alla propria chiamata.
Non sarà un seguito, ma un’evoluzione.
La storia di una donna che non ha solo trovato le sue radici — ma ha imparato ad ascoltare la vita mentre la chiama

