La crisi dello Stretto di Hormuz non finirà quando le navi torneranno a passare. È questo il cuore dell’intervista rilasciata da Svein Ringbakken, direttore generale della DNK - Den Norske Krigsforsikring for Skib, ad Al Jazeera: anche nel momento in cui il traffico sarà formalmente riaperto, il sistema globale dei trasporti marittimi resterà paralizzato dalla paura, dai costi e dall’incertezza per mesi.

La DNK - Den Norske Krigsforsikring for Skib (Associazione Norvegese di Assicurazione Mutua contro i Rischi di Guerra) è l'ente principale che tutela le attività marittime norvegesi da guerra, terrorismo, pirateria e cyberattacchi. Fondata nel 1935, assicura circa 3.500 navi e piattaforme norvegesi, operando come il più grande assicuratore mutuale di rischi di guerra al mondo.

Una riapertura solo “tecnica”
Secondo Ringbakken, l’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz non equivarrà a un ritorno alla normalità. Il problema non è solo militare, ma assicurativo ed economico: le compagnie di navigazione non torneranno automaticamente a transitare in una zona percepita come instabile e imprevedibile.

Il punto chiave sollevato nell’intervista è che il rischio non scompare con la fine delle ostilità attive. Mine, attacchi sporadici, errori di identificazione e tensioni geopolitiche residue continueranno a rendere il passaggio uno dei più pericolosi al mondo. Per gli assicuratori, questo significa premi altissimi e coperture difficili da garantire; per gli armatori, significa costi proibitivi.

Il ruolo decisivo delle assicurazioni 
La prospettiva di Ringbakken è particolarmente rilevante perché arriva da uno dei nodi centrali del sistema: l’assicurazione marittima. Senza copertura assicurativa contro i rischi di guerra, nessuna grande compagnia può permettersi di attraversare un’area come Hormuz.

Durante la crisi del 2026, i costi assicurativi sono esplosi fino a rendere economicamente insostenibile il transito. Non è un dettaglio tecnico: è il meccanismo che, di fatto, ha “chiuso” lo stretto ancora prima delle mine e dei missili. Quando il rischio diventa incalcolabile, il mercato si ferma.

La crisi in corso lo dimostra chiaramente: dopo gli attacchi e le minacce iraniane, il traffico è crollato fino quasi ad azzerarsi, con oltre il 20% del petrolio mondiale improvvisamente bloccato o deviato.

Una crisi destinata a durare
Ringbakken sottolinea che il vero effetto della crisi sarà la sua durata. Anche in caso di cessate il fuoco o di riapertura controllata, serviranno mesi prima che gli assicuratori riducano i premi, le compagnie tornino a fidarsi, le rotte si normalizzino.

Il danno, in altre parole, è strutturale. La fiducia nel corridoio marittimo è stata compromessa, e ricostruirla richiede tempo.

Questo è coerente con quanto osservato durante la crisi: attacchi a navi mercantili, minacce dirette e sistemi di blocco “selettivo” hanno trasformato lo stretto in un’area ad alto rischio permanente, non in una semplice zona di guerra temporanea (Al Jazeera).

Il fattore psicologico
Uno degli elementi più interessanti dell’intervista è l’enfasi sul fattore psicologico. Il mercato marittimo non reagisce solo ai fatti, ma alla percezione del rischio. Anche se formalmente “aperto”, lo stretto può restare evitato se armatori e assicuratori ritengono che la situazione sia ancora instabile.

Questo porta a conseguenze globali, come l'aumento dei prezzi dell’energia, l'allungamento delle rotte, la congestione in altri porti e corridoi.
La crisi dello Golfo Persico diventa così una crisi della globalizzazione stessa, perché colpisce uno dei suoi snodi vitali.

La bonifica
La riapertura dello Stretto di Hormuz non sarà affatto rapida perché il vero ostacolo non è solo militare, ma tecnico: la bonifica dell’area richiederà tempi lunghi e operazioni estremamente complesse.

Il problema principale è la presenza di mine e relitti. Per rendere di nuovo sicura la navigazione bisogna prima individuare e rimuovere questi ordigni e le navi affondate, una bonifica che potrebbe durare mesi, perché le mine sono difficili da individuare e neutralizzare e perché l’area è stata teatro di combattimenti intensi.

Un nuovo equilibrio fragile
Il messaggio finale di Ringbakken è netto: anche dopo la fine delle operazioni militari, il sistema non tornerà rapidamente allo stato precedente. La guerra ha cambiato le regole del gioco.

Lo Stretto di Hormuz non è più solo un passaggio strategico, ma un simbolo della vulnerabilità delle catene globali. E proprio per questo, conclude implicitamente l’analisi, la vera crisi non è quella che si combatte con missili e droni, ma quella che si misura nei premi assicurativi, nelle rotte deviate e nella fiducia perduta.

Quando il commercio globale smette di fidarsi del mare, la guerra continua — anche quando i cannoni tacciono.