Il potere governa il presente senza avere il coraggio di immaginare il futuro
C’è un Paese reale che ogni mattina si alza prima dell’alba, prende un treno in ritardo, paga bollette sempre più alte, aspetta mesi per una visita medica e arriva a fine mese con l’ansia di non farcela. E poi c’è il Paese raccontato dalla politica: quello dei “segnali incoraggianti”, delle “riprese imminenti”, delle “vittorie storiche”. Due Italie ormai lontanissime, quasi incapaci di parlarsi.
La verità è che l’Italia sta lentamente franando sotto il peso di decenni di immobilismo, mentre il governo, come molti governi prima di questo, continua a ripetere che “va tutto bene”. Ma non va bene niente.
Crollano salari e potere d’acquisto, crolla la sanità pubblica, crolla la scuola, crolla la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Crescono invece le tasse indirette, i carburanti, le bollette, l’età pensionabile e soprattutto cresce la sensazione collettiva di essere stati lasciati soli.
I giovani non se ne vanno dall'Italia per moda o per spirito d’avventura. Se ne vanno perché qui non vedono futuro. Vedono stipendi bassi, precarietà eterna, carriere bloccate, affitti fuori controllo e un sistema che premia la sopravvivenza più dell’innovazione. In Italia chi prova a costruire qualcosa spesso viene soffocato dalla burocrazia, da un fisco opprimente e da una politica incapace di programmare oltre il prossimo sondaggio.
La sanità pubblica, un tempo orgoglio nazionale, è allo stremo. Ospedali che cadono a pezzi, medici in fuga verso il privato o verso l’estero, personale insufficiente, liste d’attesa infinite. Così i cittadini sono costretti a pagare di tasca propria ciò che dovrebbe essere garantito dallo Stato. E mentre il diritto alla cura diventa un privilegio, la politica continua a rincorrere le sue emergenze senza affrontare le cause strutturali del collasso.
Nel frattempo aumentano carburanti, trasporti, alimentari, mutui. Le famiglie vengono schiacciate dal costo della vita mentre le risposte della politica si riducono a bonus temporanei, misure tampone, decreti che cambiano ogni pochi mesi. Si governa inseguendo l’urgenza, mai costruendo una visione.
E mentre gli altri Paesi europei investono in tecnologia, energia, industria e formazione, l’Italia resta impantanata nelle proprie guerre ideologiche, nei rituali sterili di una politica che discute ancora di passato mentre il futuro le crolla addosso. Il problema non è il destino. È l’incapacità cronica di riformare davvero ciò che non funziona: giustizia, burocrazia, fisco, welfare, lavoro, pensioni.
Le ultime elezioni comunali hanno reso ancora più evidente questa frattura. I partiti festeggiano “mandati forti” e “fiducia ritrovata”, ma la metà degli elettori resta a casa. È il paradosso della politica italiana: si vincono le elezioni, ma si perde il Paese reale. Basta uscire dai palazzi romani per capire che la distanza tra cittadini e istituzioni non è mai stata così profonda.
Nelle campagne elettorali si è parlato di slogan, alleanze, polemiche. Molto meno di lavoro, trasporti, sicurezza, servizi, città che si spopolano e quartieri che si svuotano. La politica continua a mettere sé stessa al centro, mentre i cittadini diventano spettatori di un teatro autoreferenziale.
Le famiglie chiedono stabilità e prospettive. Ricevono rincari, ritardi e promesse. I lavoratori dipendenti e i pensionati continuano a essere quelli che pagano sempre il conto più alto, e il “tirare la cinghia” sembra valere soltanto per chi non ha strumenti per difendersi.
La verità, per quanto amara, è ormai evidente: la politica italiana non guarda più al cittadino. Guarda ai sondaggi, alle convenienze del momento, agli equilibri interni. Governa il presente senza avere il coraggio di immaginare il futuro. E così può anche vincere le elezioni, ma perde ogni giorno qualcosa di molto più importante: la fiducia della gente.
Ed è questa la vera emergenza nazionale. Perché un Paese può sopravvivere a una crisi economica, ma difficilmente sopravvive quando i suoi cittadini smettono di credere che il domani possa essere migliore di oggi.
FIRMA LA PETIZIONE>>> DICIAMO NO ALLA FORNERO