La vertenza dell'ex Ilva entra in una fase critica: il piano presentato martedì 18 novembre dal governo è stato definito dai sindacati metalmeccanici un vero e proprio "piano morto", che prelude alla chiusura degli impianti. Secondo Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil, circa 6mila lavoratori usciranno dalle fabbriche tra cassa integrazione e formazione, e dal primo marzo la produzione sarà di fatto sospesa.


La posizione dei sindacati

Michele De Palma, segretario generale della Fiom Cgil, ha dichiarato che il nodo centrale non è la cassa integrazione né la formazione, ma la sopravvivenza stessa dell'azienda: "Il governo deve decidere se seguire il ministro Urso e assumersi la responsabilità di convocarci al tavolo ritirando questo piano".

De Palma ha inoltre denunciato informazioni fuorvianti da parte dell'esecutivo, sottolineando che la decarbonizzazione, originariamente prevista in otto anni, dovrebbe essere completata in quattro, senza le risorse necessarie. "Arriviamo a 6 mila persone in cassa perché il governo non mette più le risorse. Anche la manutenzione è compromessa: metà degli addetti è a casa e mancano i pezzi di ricambio", ha aggiunto.

Rocco Palombella, segretario generale Uilm Uil, ha definito il piano di decarbonizzazione un "piano di chiusura" e ha criticato il comportamento del ministro Urso, accusato di rimpallare le responsabilità. "Dopo la cassa integrazione per 6 mila lavoratori c'è il nulla. Dal primo marzo gli stabilimenti saranno chiusi tutti", ha dichiarato Palombella.

Ferdinando Uliano, segretario generale Fim Cisl, ha parlato di "situazione di non ritorno", evidenziando come il piano annunciato preveda lo spegnimento di quasi tutti gli impianti, eccetto l'altoforno, senza garanzie sulle risorse necessarie per proseguire l'attività industriale.


Le mobilitazioni in corso

Giovedì 20 novembre, la mobilitazione si è estesa a tutti gli stabilimenti italiani dell'ex Ilva. A Taranto, le assemblee dei lavoratori hanno portato al blocco di strade principali e al presidio dei varchi dello stabilimento. Francesco Brigati, segretario generale Fiom Taranto, ha denunciato che la cassa integrazione e la formazione previste non coprirebbero nemmeno otto giorni di lavoro per ciascun lavoratore. "Dal primo gennaio spegneranno le batterie delle cokerie e resteremo con un solo forno in marcia. Se non arrivano acquirenti entro febbraio, lo stabilimento chiuderà", ha ammonito.

Anche a Genova Cornigliano gli operai hanno occupato la fabbrica e sfilato in corteo, con il sostegno dei cittadini e dei camalli del porto. A Salerno, allo stabilimento Acciaierie d'Italia Tubiforma, circa l'80% del personale è in cassa integrazione, mentre a Novi Ligure prosegue lo sciopero e il presidio permanente in attesa dell'incontro con il prefetto.


Prossimi sviluppi

Il ministro delle Imprese Urso ha convocato sindacati ed enti locali venerdì 28 novembre per discutere il futuro degli stabilimenti del Nord Italia, in particolare Genova-Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi, in merito a manutenzione e formazione. I sindacati di Taranto hanno chiesto che il tavolo coinvolga tutte le istituzioni locali e regionali per l'intero gruppo, minacciando di proseguire la mobilitazione fino a quando non sarà garantita una discussione unitaria.

La situazione resta quindi estremamente tesa: i sindacati insistono sulla necessità di ritirare il piano attuale, definito mascherato da "transizione", e continuano la mobilitazione a difesa dei posti di lavoro e del futuro industriale dei territori coinvolti.