L'Italia produce sempre più energia dal sole, dall'acqua e dal vento (anche se sempre meno da quella che potrebbe e dovrebbe produrre, causa gli ostacoli posti negli ultimi anni dal governo Meloni). Eppure famiglie e imprese continuano a fare i conti con alcune delle bollette elettriche più care d'Europa. Un paradosso solo apparente, che affonda le sue radici nelle regole del mercato elettrico europeo, nella dipendenza dal gas e nelle scelte – o mancate scelte – dell'attuale governo.
La domanda che molti cittadini si pongono è semplice: se una parte crescente dell'elettricità viene prodotta da impianti che hanno costi molto bassi, perché continuiamo a pagare l'elettricità come se fosse prodotta quasi interamente dal gas?
Come si forma il prezzo dell'elettricità
Il punto centrale è che l'energia elettrica non viene pagata in base al costo reale di ciascun impianto. In tutta l'Unione Europea vige il cosiddetto sistema del "prezzo marginale". Ogni giorno i produttori presentano le loro offerte. Vengono presi in esame prima gli impianti più economici – fotovoltaico, eolico, idroelettrico – e successivamente quelli più costosi.
Il prezzo finale viene però determinato non effettuando una media dei prezzi, ma dall'ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda. Nella maggior parte dei casi si tratta di una centrale a gas.
Il risultato è che un impianto fotovoltaico che produce energia a 30 euro per megawattora può essere remunerato 120 o 150 euro per megawattora se è il gas a fissare il prezzo del mercato.
In altre parole, il costo dell'energia prodotta dalle fonti più economiche viene trascinato verso l'alto dalla fonte più costosa.
Il gas continua a comandare
Nonostante la crescita delle energie rinnovabili, l'Italia resta fortemente dipendente dal gas naturale. Oltre alle motivazioni di fatto (il sole non splende di notte e il vento non sempre soffia sempre), ciò è causato dall'insufficienza dei sistemi di accumulo, il nucleare è assente dal mix energetico nazionale e quando le rinnovabili non bastano, entrano in funzione le centrali a gas. Ed è proprio il gas che continua a determinare il prezzo dell'intero sistema.
Le conseguenze sono evidenti. Quando aumentano i prezzi internazionali del gas per crisi geopolitiche, guerre o speculazioni finanziarie, le bollette italiane salgono immediatamente.
Il grande affare degli extra-profitti
Questo meccanismo produce un effetto spesso ignorato nel dibattito pubblico. Molti impianti idroelettrici, eolici e fotovoltaici già ammortizzati hanno costi di produzione molto bassi. Tuttavia vengono remunerati al prezzo fissato dalle centrali a gas. Nascono così gli extra-profitti che negli ultimi anni hanno fatto discutere governi e opinione pubblica.
Non significa che tutti i produttori energetici abbiano guadagni sproporzionati. Significa però che alcune categorie di operatori hanno beneficiato enormemente di un sistema che remunera allo stesso prezzo tecnologie con costi profondamente diversi.
L'Europa obbliga l'Italia? Solo in parte. Il mercato elettrico europeo impone regole comuni e l'Italia non può abolire unilateralmente il sistema del prezzo marginale. Questo è un fatto.
Meno vero è sostenere che Roma sia completamente impotente.
Durante la crisi energetica del 2022 la Spagna e il Portogallo ottennero una deroga temporanea dall'Unione Europea, limitando l'impatto del prezzo del gas sulle bollette. L'Unione Europea stessa ha successivamente avviato una riforma del mercato elettrico per ridurre la dipendenza dei consumatori dalle oscillazioni del gas.
Esistono quindi margini di intervento nazionali, purché compatibili con le norme europee.
Le responsabilità italiane
Qui il dibattito diventa inevitabilmente politico. Da anni gli esperti sostengono che l'Italia avrebbe bisogno di:
- accelerare l'installazione di impianti rinnovabili;
- costruire grandi sistemi di accumulo;
- potenziare la rete elettrica;
- sviluppare comunità energetiche locali.
Sono investimenti che permetterebbero di ridurre il numero di ore in cui il gas determina il prezzo dell'energia.
Tuttavia il percorso è stato caratterizzato da ritardi, autorizzazioni lente, conflitti territoriali e continui cambi di strategia.
Il ruolo del governo Meloni
Sul tema delle rinnovabili il bilancio del governo Meloni è oggetto di forti controversie.
La capacità rinnovabile installata continua ad aumentare, seppur a passo di lumaca. Infatti, gran parte di questa crescita deriva da investimenti privati, fondi europei, incentivi e autorizzazioni avviati negli anni precedenti. Per questo, numerosi operatori del settore, associazioni ambientaliste e osservatori indipendenti accusano l'esecutivo di aver rallentato lo sviluppo delle nuove installazioni attraverso vincoli normativi, incertezze sulle aree idonee e procedure autorizzative ancora troppo lente.
La conseguenza è che l'Italia continua a installare meno capacità di quella necessaria per raggiungere gli obiettivi energetici fissati per il 2030.
Parallelamente il governo ha puntato con decisione sul gas come fonte di transizione e ha rilanciato il dibattito sul ritorno al nucleare.
Una strategia, folle, proiettata a mantenere ancora a lungo il sistema elettrico italiano legato proprio alla fonte energetica che oggi contribuisce maggiormente a tenere alte le bollette.
Chi ci guadagna?
I beneficiari del sistema attuale sono molteplici.
Innanzitutto i produttori che dispongono di impianti a basso costo già ammortizzati e che possono vendere energia ai prezzi fissati dal gas. Beneficiano inoltre le grandi utility integrate, attive contemporaneamente nella produzione, nella distribuzione e nella vendita.
Anche lo Stato trae vantaggio attraverso l'IVA sulle bollette, le imposte e i dividendi delle società energetiche partecipate.
Infine vi sono gli operatori finanziari che traggono profitto dai mercati energetici e dagli strumenti di copertura utilizzati per gestire la volatilità dei prezzi.
La domanda che la politica evita
La questione fondamentale non è se l'Italia produca abbastanza energia. La vera domanda è perché una quota crescente di energia prodotta a costi relativamente bassi continui a essere pagata dai consumatori come se fosse generata quasi interamente dal gas.
Finché il prezzo dell'elettricità resterà legato alla fonte più costosa del sistema, e finché accumuli, reti e rinnovabili cresceranno più lentamente del necessario, famiglie e imprese continueranno a subire gli effetti di una struttura di mercato che garantisce la sicurezza degli approvvigionamenti, ma che distribuisce in modo profondamente inefficiente i benefici della transizione energetica.
E mentre cittadini e imprese continuano a pagare bollette elevate, il dibattito politico sembra concentrarsi più sulle promesse future che sulla domanda più scomoda di tutte: se il sistema può essere corretto, perché non lo si corregge?


