Economia

Conti pubblici in ordine, famiglie in affanno: i numeri del IV trimestre 2025 smontano la narrazione del governo

I conti pubblici migliorano, ma il Paese reale arretra. È questa, in estrema sintesi, la fotografia che emerge dai dati Istat del quarto trimestre 2025 relativi ai conti trimestrali delle Amministrazioni pubbliche, sui redditi delle famiglie e sui profitti delle imprese. Una fotografia che contraddice apertamente la retorica trionfalistica dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Partiamo dai numeri che il governo sbandiererà: il saldo delle Amministrazioni pubbliche è positivo e pari all’1,4% del Pil, in netto miglioramento rispetto allo 0,6% dello stesso periodo del 2024. Ancora meglio il saldo primario, che raggiunge il 5,1% del Pil, mentre il saldo corrente sale al 6,9%. Tradotto: lo Stato incassa più di quanto spende, almeno al netto degli interessi, e tiene i conti sotto controllo.

Ma a quale prezzo?

Il dato che racconta davvero lo stato dell’economia non è quello dei bilanci pubblici, bensì quello delle famiglie. E qui il quadro cambia radicalmente: il reddito disponibile scende dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. Ancora più grave, il potere d’acquisto cala dello 0,8%, segno che l’inflazione continua a erodere i salari reali.

Non basta. Le famiglie stanno consumando di più (+0,5%), ma non perché stiano meglio: lo fanno attingendo ai risparmi. La propensione al risparmio scende infatti al 7,8%, in calo di 0,8 punti percentuali. È un segnale classico di difficoltà: si spende per necessità, non per fiducia nel futuro.

Nel frattempo, la pressione fiscale sale al 51,4%, con un aumento di 0,8 punti rispetto all’anno precedente. Questo è il dato più politicamente esplosivo: mentre i redditi reali calano, il peso delle tasse aumenta. Una combinazione che smentisce in modo netto la promessa di alleggerimento fiscale più volte ribadita dal governo.

E le imprese? Qui il quadro è misto ma comunque significativo: la quota di profitto delle società non finanziarie cresce al 43,2%. I margini aumentano, anche se di poco. Tuttavia, il tasso di investimento scende al 24,6%. Le aziende guadagnano di più, ma investono meno. Non è esattamente il segnale di un’economia dinamica e fiduciosa.

Il punto politico è evidente: il miglioramento dei conti pubblici non si traduce in benessere diffuso. Anzi, sembra avvenire a scapito delle famiglie, che vedono ridursi reddito e potere d’acquisto, mentre lo Stato incassa di più.

Il governo potrà rivendicare disciplina fiscale e credibilità internazionale. Ma nella vita quotidiana degli italiani il risultato è diverso: più tasse, meno risparmi, salari reali in calo. E un sistema produttivo che, pur aumentando i profitti, non investe abbastanza per sostenere la crescita futura.

In altre parole, i conti tornano... ma non quelli degli italiani!

Autore Mario Falorni
Categoria Economia
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