Politica

E per fortuna che Meloni è dalla parte dei lavoratori, altrimenti chissà che cosa sarebbe capace di fare se avesse dichiarato di essere contro!

Nel cuore dell'estate, mentre l'attenzione pubblica rallenta, il Parlamento accelera. Una stagione politica in cui le forzature legislative si nascondono nei decreti da convertire in fretta e furia, lontano dai riflettori. È in questo contesto che sono emerse – e altrettanto rapidamente scomparse – due proposte che avrebbero inciso profondamente sui diritti dei lavoratori: l'emendamento Pogliese e la riscrittura delle regole sul lavoro somministrato.

Il primo provvedimento avrebbe limitato la possibilità per i lavoratori di rivalersi per retribuzioni e crediti non percepiti. Il secondo, più articolato, mirava a rendere più lunga e strutturalmente precaria la condizione dei lavoratori in somministrazione, cioè quei lavoratori formalmente dipendenti da un'agenzia ma impiegati stabilmente da un'altra impresa. Due attacchi mirati, entrambi provenienti dalla destra di governo – Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia – e ritirati non appena l'opinione pubblica ne è stata informata.

La sostanza cambia, ma la tattica resta: colpire durante l'estate, approfittare della scarsa attenzione e della compressione dei tempi parlamentari per infilare norme che riscrivono in peggio - in questo caso - le regole del lavoro. Solo se la protesta varca le soglie delle commissioni e si trasforma in notizia, si batte in ritirata. Ma non c'è nulla di episodico o accidentale: è un metodo politico. Si testa la resistenza, si spinge il confine, si arretra solo se costretti.

L'ultimo attacco ha riguardato il lavoro somministrato, una forma contrattuale già di per sé fragile. Oggi, il d.lgs. 81/2015 prevede che un lavoratore in somministrazione non possa restare più di 24 mesi, anche non consecutivi, presso la stessa impresa utilizzatrice, con un'eventuale proroga di 12 mesi autorizzata dall'Ispettorato del lavoro. Un argine pensato per evitare l'uso distorto della flessibilità.

L'emendamento presentato al Senato da Damiani (FI), Mennuni (FdI) e Testor (Lega) avrebbe invece demolito tale barriera, in questi termini:

  • I limiti oggi in vigore sarebbero stati validi solo per i somministrati a tempo determinato. Per quelli a tempo indeterminato, le missioni potevano durare fino a 60 mesi (24 ordinari + 36 aggiuntivi).
  • Se l'impresa utilizzatrice non aveva mai impiegato quel lavoratore, il tetto massimo sarebbe salito a 48 mesi.

  • L'aspetto più insidioso: decorrenza retroattiva dal 12 gennaio 2025. Tutti i periodi di lavoro pregressi sarebbero stati azzerati. Un reset che prolunga artificialmente la precarietà.

Il testo era scritto male, con passaggi contraddittori e facilmente interpretabili in modo opportunistico. Ma il messaggio di fondo era chiarissimo: prolungare l'utilizzo di manodopera senza assumere direttamente, dando la possibilità di tenere un lavoratore nello stesso posto per otto anni o più, senza stabilizzazione.

Dietro la retorica della “flessibilità” si nasconde un modello imprenditoriale che vuole la manodopera a tempo pieno, ma senza farne pagare il costo sociale. Le agenzie assumono formalmente a tempo indeterminato, ma il lavoratore resta precario, ricattabile e facilmente sostituibile. L'impresa utilizzatrice evita rischi e responsabilità. Un sistema che premia solo chi sfrutta le regole.

Come nel caso dell'emendamento Pogliese, anche qui si è assistito a una ritirata tattica, non a un ripensamento politico. Non appena la proposta ha superato i confini della commissione ed è diventata di dominio pubblico, è stata ritirata. Il problema, però, non è stato risolto: è solo rimandato.

Questa strategia non nasce dall'improvvisazione. È parte di un progetto ideologico preciso: smontare i diritti del lavoro, svuotare le garanzie, riportare il rapporto tra impresa e lavoratore a uno squilibrio che sa di Ottocento. Dove il lavoratore è merce, il conflitto è reato e lo Stato serve a difendere gli interessi del capitale, travestiti da "interesse nazionale".


C'è una distanza crescente tra la narrazione del governo – "sovranista", "popolare", "identitario" – e i suoi atti concreti, che puntano con costanza e metodo a indebolire chi lavora e a rafforzare chi sfrutta. Un disegno che non si ferma di fronte alla tecnica legislativa scadente o al buonsenso sociale. Ma che viene portato avanti con testardaggine, nascondendosi nei decreti estivi e nei tecnicismi da addetti ai lavori.

Questa volta è andata male. Ma è solo una pausa. Il progetto resta in piedi. E chi lavora farebbe bene a non distrarsi.

Autore Egidio Marinozzi
Categoria Politica
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