La Corte Costituzionale chiede di cambiare le regole sul Tfs dei dipendenti pubblici: oggi la liquidazione arriva anche dopo anni!
Dopo una vita di lavoro, che l'attuale governo Meloni, nonostante le promesse elettorali, ha portato oltre i 67 anni, c'è anche la beffa di incassare la liquidazione dopo anni dalla pensione e per giunta a rate!
Forse è bene ricordare a lorsignori che la liquidazione non è un premio, né una concessione dello Stato. È salario. Salario differito, maturato anno dopo anno durante una vita di lavoro. E proprio per questo non può essere trattato come una voce qualsiasi di contabilità pubblica.
Con l’ordinanza n. 25 del 2026 la Corte costituzionale ha riaperto una questione che da anni riguarda milioni di dipendenti pubblici: i tempi di pagamento del trattamento di fine servizio (Tfs). Il sistema attuale, introdotto nel 2010 durante la crisi del debito sovrano, prevede attese lunghe e pagamenti diluiti nel tempo. Oggi la liquidazione inizia ad arrivare nove mesi dopo la cessazione dal lavoro e, se l’importo supera determinate soglie, viene suddivisa in due o addirittura tre rate distribuite negli anni successivi.
Il risultato è paradossale: un lavoratore che ha maturato una certa somma durante tutta la sua carriera può dover attendere anni prima di riceverla integralmente.
La Corte non ha dichiarato subito illegittimo il sistema, ma ha compiuto un passo decisivo: ha stabilito che questo meccanismo non può restare in vigore indefinitamente. Governo e Parlamento dovranno intervenire entro il 14 gennaio 2027 per riportare la normativa entro limiti compatibili con la Costituzione. In caso contrario, la Consulta potrebbe intervenire direttamente.
Il nodo è tutto qui: conciliare due esigenze che sembrano opposte. Da una parte il rispetto dei principi costituzionali, dall’altra la sostenibilità dei conti pubblici.
I giudici costituzionali lo riconoscono esplicitamente. Cancellare immediatamente le regole attuali produrrebbe un impatto significativo sul bilancio dello Stato: secondo le stime dell’Inps, circa 15,6 miliardi di euro. Una cifra che spiega perché, durante la crisi finanziaria del 2010, si scelse di allungare i tempi di pagamento.
Ma una misura nata come emergenziale non può trasformarsi in una regola permanente.
Il problema non è solo economico, ma anche simbolico e giuridico. Il Tfs, come il Tfr nel settore privato, è parte della retribuzione tutelata dall’articolo 36 della Costituzione. Ritardarne il pagamento per anni significa, di fatto, comprimere un diritto che dovrebbe essere garantito alla fine del rapporto di lavoro.
Negli anni si è creata così una frattura tra lavoratori pubblici e privati.
Nel settore privato la liquidazione viene normalmente corrisposta in tempi brevi; nel pubblico, invece, lo Stato si è trasformato nel datore di lavoro che paga più lentamente di tutti.
La decisione della Corte non impone una rivoluzione immediata, ma traccia un percorso obbligato. Il legislatore dovrà trovare una soluzione graduale: ridurre i tempi di attesa, limitare la rateizzazione e riportare il sistema entro parametri ragionevoli.
È probabile che la prossima legge di Bilancio diventi il primo terreno di questa riforma. Eliminare il rinvio iniziale di nove mesi costerebbe circa 4,2 miliardi. Superare la rateizzazione richiederebbe oltre 11 miliardi. Interventi progressivi potrebbero distribuire questo peso nel tempo, evitando uno shock per la finanza pubblica.
La vera questione, però, è politica prima ancora che contabile. Lo Stato deve decidere se continuare a finanziare i propri equilibri di bilancio rinviando diritti già maturati dai lavoratori , come l'età pensionabile spostata da 65 a 67 anni e plus e il Tfs, oppure se affrontare finalmente il problema.
La Consulta ha dato una scadenza chiara. Ora tocca alla politica dimostrare che una misura nata nell’emergenza può essere superata con responsabilità.
Perché una liquidazione che arriva anni dopo non può e non deve essere un problema di bilancio da scaricare sempre sulle spalle dei soliti 'fessi'!