*_©Angelo Antonio Messina_

In un’epoca che tende a trasformare ogni luogo in immagine immediatamente consumabile, l’opera di Francesco Jodice chiede tempo. Chiede di sostare davanti alle fotografie, di attraversare i film, di riconoscere nelle sue installazioni non soltanto una rappresentazione del mondo, ma il mondo stesso mentre cambia forma. Il volume pubblicato da Electa e la mostra allestita al Complesso monumentale di Astino, a Bergamo, dal 5 giugno al 29 novembre 2026, restituiscono oltre trent’anni di ricerca sul territorio italiano e, insieme, compongono una delle letture più ampie e problematiche dell’Italia contemporanea.

La definizione di Corrado Benigni — «una carta geografica per comprendere questo tempo, il presente e il tempo futuro» — è particolarmente felice perché individua il carattere essenziale del lavoro di Jodice: la sua capacità di costruire mappe senza mai credere davvero alla stabilità dei confini. Le sue immagini non descrivono un Paese compatto, riconoscibile attraverso pochi simboli condivisi. Al contrario, mostrano un’Italia discontinua, contraddittoria, attraversata da desideri, paure, memorie e trasformazioni che spesso sfuggono allo sguardo ordinario. È un’Italia fatta di periferie e piazze, di architetture provvisorie, di comunità in transito, di sogni collettivi e di rovine future.

Il volume non si presenta dunque come una semplice antologia. È piuttosto un romanzo visivo, un’opera composita nella quale ogni progetto costituisce un capitolo e ogni immagine sembra rimandare a una narrazione più vasta. La cronologia non è lineare: i lavori dialogano tra loro, si correggono, si contraddicono e talvolta si illuminano a distanza di anni. Da Cartoline dagli altri spazi del 1996 ad Abitudini temporanee del 1997, da Ritratti di classe a The Room, da Mont Blanc. Just Things a Nuova Terraferma, Falansterio, Torre Branca e Una giornata particolare, emerge una ricerca coerente proprio perché continuamente capace di cambiare linguaggio.

Jodice, nato a Napoli nel 1967 e attivo a Milano, ha una formazione da architetto. Questo dato non è soltanto biografico, ma costituisce una chiave di lettura decisiva. La sua fotografia nasce da una sensibilità per lo spazio, per la struttura degli ambienti, per il modo in cui le forme costruite organizzano i comportamenti umani. Tuttavia, l’architettura non è mai per lui un sistema chiuso o autosufficiente. Le città, gli edifici e i paesaggi sono organismi sociali: raccontano chi li ha progettati, chi li abita, chi ne è escluso e quali desideri li hanno generati.

Nei primi lavori il rapporto tra grandi paesaggi urbani e comunità appare già centrale. Progetti come What We Want, The Secret Traces e The Morocco Affair osservano il territorio come una proiezione dei desideri collettivi. Non interessa soltanto ciò che un luogo è, ma ciò che promette di diventare. La fotografia diventa allora uno strumento di indagine e di sospetto: guarda le forme visibili, ma cerca le forze invisibili che le hanno prodotte. Un quartiere, una strada, una periferia non sono semplicemente porzioni di spazio; sono il risultato di ambizioni economiche, modelli culturali, ideologie urbanistiche e aspirazioni individuali.

In questo senso, Jodice si colloca dentro una tradizione importante della fotografia italiana del paesaggio, ma la spinge verso una dimensione più apertamente politica e globale. Se la grande esperienza di Viaggio in Italia aveva insegnato a osservare il territorio nella sua quotidianità, nelle sue imperfezioni e nella sua malinconica bellezza, Jodice introduce una diversa inquietudine: il paesaggio non è soltanto ciò che ereditiamo, ma anche ciò che viene progettato, consumato e continuamente riscritto. È un campo di tensione nel quale si manifesta la crisi del presente.

La sua ricerca, tuttavia, non si esaurisce nella denuncia. Jodice non è un fotografo documentario nel senso più tradizionale del termine. Le sue immagini sono spesso sospese tra documento e finzione, tra registrazione e costruzione. Questa ambiguità è uno dei motivi della loro forza. L’immagine non pretende di essere una prova neutrale; dichiara, piuttosto, di essere un’interpretazione. Guardare significa sempre selezionare, montare, dare ordine. Ogni fotografia è una forma di pensiero.

Da qui deriva la natura ipertestuale del suo lavoro. Le immagini sembrano aprire collegamenti verso altri luoghi, altre epoche e altri discorsi. Un dettaglio architettonico può evocare un modello politico; una figura umana può rimandare a un’intera classe sociale; una scena apparentemente marginale può contenere il presagio di una trasformazione planetaria. L’Italia è osservata come un laboratorio, ma anche come una soglia. Nel suo territorio si possono leggere i segni di fenomeni più ampi: la metropolizzazione, la perdita dei riferimenti comunitari, l’omologazione culturale, l’espansione dei consumi, il declino dell’Occidente e la nascita di nuove forme di appartenenza.

La svolta antropologica della ricerca emerge nei progetti dedicati alle diverse culture e ai nuovi fenomeni del megapolitismo. Hikikomori e Ritratti di classe, così come la trilogia cinematografica Citytellers, mostrano individui e comunità alle prese con un mondo sempre più urbanizzato e interconnesso. In questi lavori la città non è soltanto un ambiente fisico: è una condizione mentale. Produce solitudine, accelerazione, isolamento, ma anche nuove possibilità di relazione. L’urbanesimo contemporaneo genera soggetti che abitano simultaneamente più spazi: il quartiere reale, la rete, l’immaginario globale, la memoria personale.

Jodice guarda questi soggetti senza paternalismo. La sua posizione è critica, ma non moralistica. Non c’è una nostalgia ingenua per un passato ordinato e autentico, così come non c’è una celebrazione superficiale del nuovo. Il suo sguardo è più complesso e più amorevole: riconosce la fragilità degli individui, la loro esposizione alle trasformazioni sociali e la loro capacità di inventare forme inattese di sopravvivenza. Anche quando le immagini appaiono fredde o stranianti, conservano una dimensione emotiva profonda. È un’emozione trattenuta, spesso languida, che nasce dal contrasto tra ciò che i luoghi promettono e ciò che realmente offrono.

Dal 2008 la geopolitica diventa il centro esplicito della ricerca. Atlante, American Recordings, Rivoluzioni e West ampliano il campo d’indagine, collegando il territorio italiano ai mutamenti dell’Occidente e agli scenari futuri del pianeta. Il passaggio dalla città alla geopolitica non rappresenta una frattura, ma un’estensione naturale. Le trasformazioni globali si manifestano infatti nelle strade, nei corpi, nelle periferie e nelle architetture. La grande politica non è mai lontana: abita gli spazi quotidiani.

Particolarmente significativo è West, progetto decennale concluso nel 2022 con il supporto dell’Italian Council. Attraverso l’immaginario prodotto dalla storia americana, Jodice indaga la diffusione globale di un modello culturale e le ragioni del possibile collasso di quell’impero simbolico. Il West non è soltanto un luogo geografico, ma un mito: una promessa di libertà, conquista, mobilità e successo. Nel tempo, questa promessa è diventata una macchina narrativa capace di influenzare il cinema, la pubblicità, la politica e il modo stesso in cui il mondo occidentale immagina il futuro.

L’interesse di Jodice per il mito americano non conduce però a una lettura semplicemente antiamericana. Il suo sguardo è più sottile. Egli osserva il fascino e la violenza di quel sistema, la sua energia creativa e la sua natura distruttiva. Il collasso dell’Occidente non viene rappresentato come un evento spettacolare, ma come un processo già presente nei simboli, nelle abitudini e nelle immagini che lo compongono. La fotografia diventa così una forma di archeologia del futuro: raccoglie i frammenti di un mondo ancora attivo, ma già attraversato dalla propria crisi.

La dimensione partecipativa della pratica di Jodice è altrettanto importante. La sua idea dell’arte come poetica civile rifiuta l’autonomia rassicurante dell’opera chiusa. Progetti come La notte del drive-in. Milano spara, Babel e Scenario promuovono forme di coinvolgimento del pubblico, trasformando la visione in esperienza condivisa. "L’artista non si limita a osservare la società dall’esterno".

Francesco Jodice
Luoghi comuni

Electa
EDITORE  

A CURA DI Corrado Benigni

*_©Angelo Antonio Messina_