La premier Giorgia Meloni l’aveva annunciato con fermezza al Meeting di Rimini: il governo si prepara a introdurre misure concrete per sostenere le famiglie e il ceto medio, schiacciati da anni di inflazione galoppante e stipendi bloccati. Ora quel momento sembra finalmente arrivato, con l’ipotesi di aumentare la soglia esentasse dei buoni pasto da 8 a 10 euro, una misura che potrebbe entrare nella prossima Manovra finanziaria e portare un sollievo fiscale tangibile a milioni di lavoratori.

Si parla di un incremento di circa 450-500 euro all’anno in più direttamente in busta paga, sotto forma di buoni pasto, che non sono solo un semplice strumento per la pausa pranzo, ma possono essere spesi al supermercato, al mercato rionale o per coprire piccole spese quotidiane. Sono soldi veri, un contributo concreto che può alleviare il peso delle spese di ogni giorno.

Tuttavia, a questo punto è necessario un richiamo sommesso, ma doveroso: nella Pubblica Amministrazione il valore del buono pasto è fermo da decenni a 7 euro, dunque i dipendenti pubblici sarebbero esclusi da questo “bonus”. Una disparità che rischia di alimentare il senso di ingiustizia, soprattutto considerando che la PA rappresenta una fetta importante del mondo del lavoro italiano e soprattutto di quel ceto medio cui faceva riferimento la Meloni. Se si vuole parlare di sostegno reale e universale al ceto medio, sarebbe opportuno che questa misura non lasciasse indietro una categoria così vasta.

L’aumento della soglia esentasse rappresenta comunque un passo importante, soprattutto dopo anni in cui il rincaro dei prezzi ha eroso il potere d’acquisto senza che gli stipendi riuscissero a tenere il passo. È un’azione che può dare respiro alle famiglie e alle imprese, contribuendo a rilanciare un tessuto sociale ed economico messo a dura prova.

Fino a oggi, le soglie di esenzione erano troppo basse per produrre un reale beneficio e i tentativi di modifica si sono spesso arenati per mancanza di risorse. Ora però la situazione impone una svolta: non si tratta più di una misura opzionale o di lusso, ma di una necessità urgente per dare ossigeno a chi lavora e fatica a far fronte alle spese quotidiane.

In definitiva, questa misura va oltre la pura tecnica fiscale: è un segnale politico di attenzione verso le famiglie italiane in difficoltà. Resta però da chiedersi se la politica sarà in grado di estendere questo segno di solidarietà anche ai dipendenti pubblici, evitando che si creino ulteriori disuguaglianze in un momento storico in cui il Paese avrebbe bisogno di coesione e unità.