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Meglio non prenderle o imparare a giocare? Il dilemma di Gattuso

Venerdì Gennaro Gattuso comunicherà i convocati Italia per il playoff che vale l’accesso ai Mondiali 2026. Un’idea di squadra già molto chiara, visto che a stento si arriva ad una lista di 28 nomi. Ma come siamo arrivati a questo?

Quando Gennaro Gattuso ha preso in mano la Nazionale, era chiaro a tutti che non sarebbe stato un progetto “estetico”. Il punto era un altro: rimettere insieme i pezzi di una squadra che aveva perso qualità tecnica e identità competitiva.

Gattuso non che brilli per qualità tecniche, ma ha fatto la scelta più logica possibile: ridurre il rischio.

La sua Italia nasce da un principio semplice ma chiaro — densità centrale, linee corte, pochi uomini sopra la linea della palla e ricerca immediata della verticalità.
Il sistema di riferimento è stato spesso il 3-5-2, non per dogma ma per necessità: proteggere una linea difensiva che, senza un leader alla Giorgio Chiellini o Leonardo Bonucci, fatica terribilmente a reggere campo aperto.
Cioè non può permettersi di difendere alta con continuità. I centrali attuali non hanno né la gestione dell’uno contro uno né la qualità in uscita per sostenere un pressing organizzato. Risultato: blocco medio, a tratti basso, e squadra che si accende solo quando recupera palla nella fase di transizione.
Una volta la chiamavano 'difesa all'italiana' e lo chiamavano 'contropiede'.

Da allora, sono trascorsi secoli calcistici e il calcio internazionale, oggi, non perdona le squadre che vivono solo di transizione.

Contro avversari strutturati, l’Italia fatica a risalire il campo con pulizia. Il giro palla è lento, prevedibile, spesso affidato a costruzioni laterali che non producono vantaggi.
Il centrocampo — pur generoso — manca di un vero regista che sappia manipolare il pressing avversario. Senza qualcuno capace di “pensare due giocate avanti”, la squadra finisce per allungarsi e perdere connessione tra i reparti.
Non ci sono più i Baggio o i Del Piero e senza il "trequartista" il gioco si affossa a ridosso della linea di centrocampo.

Gattuso lo sa, e infatti ha provato a inserire più dinamismo che qualità: mezzali di corsa, esterni a tutta fascia, attaccanti chiamati più a lavorare senza palla che a rifinire. È una scelta coerente con il materiale umano, ma che espone a un limite evidente: quando devi fare la partita, l’Italia si inceppa.

E lo si è visto chiaramente nelle gare più complesse.

Quando gli avversari si abbassano e chiudono gli spazi centrali, la manovra azzurra diventa orizzontale, quasi sterile. Mancando  il trequartista vero, mancano anche le linee di passaggio tra le linee e manca il coraggio tecnico di forzare la giocata.
Si finisce così per crossare senza reale presenza in area o per tentare conclusioni da fuori poco pericolose.

Non è solo un problema di qualità individuale. È anche un limite strutturale.

Andando ad aspetti più legati alla qualità del tecnico, Gattuso ha dato ordine, ma non ha ancora costruito superiorità posizionale. E senza quella, nel calcio moderno, resti sempre un passo indietro.

Eppure, liquidare questa Italia sarebbe superficiale. Perché qualcosa di forte c’è.
La squadra ha un’identità emotiva riconoscibile: aggressività nelle seconde palle, disponibilità al sacrificio, compattezza nelle fasi difensive. Non è più quella Nazionale fragile vista con Spalletti. Quando la partita si sporca, l’Italia resta dentro la gara.

Il punto è se questo basta.
Il rischio è cambiato: diventare una Nazionale difficile da battere ma anche difficile da ricordare? Solida, generosa, ma incapace di imporre il proprio calcio?

Gattuso ha rimesso il cuore. Adesso deve costruire il gioco.

Autore scienzenews
Categoria Sport
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