Nel 2025 sono nati 355.772 bambini, 14mila in meno rispetto all’anno precedente. Dal 2008 le nascite sono diminuite del 38,3%. Pesano la riduzione dei potenziali genitori, il rinvio della maternità e le difficoltà economiche e abitative.
La natalità italiana continua a diminuire e il Paese raggiunge un nuovo minimo storico per numero medio di figli per donna. Nel 2025 sono nati 355.772 bambini, circa 14mila in meno rispetto al 2024, con una flessione del 3,8%. Il tasso di natalità si è fermato a sei nati ogni mille abitanti, mentre la fecondità è scesa a 1,14 figli per donna, contro 1,18 dell’anno precedente.
Il quadro emerge dai dati Istat sulla natalità e sulla fecondità della popolazione residente nel 2025. E le prime cifre del 2026 non indicano ancora un’inversione di tendenza: tra gennaio e luglio sono state registrate 196.864 nascite, il 1,1% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. La fecondità è stimata a 1,13 figli per donna.
La dimensione del fenomeno appare ancora più evidente guardando al passato. Nel 2008, anno in cui si registrò il massimo delle nascite degli anni Duemila, i nati vivi erano oltre 576mila. Da allora il numero è diminuito del 38,3%, con una perdita complessiva superiore a 220mila nascite. Non si tratta, quindi, di una flessione occasionale, ma di una trasformazione demografica che prosegue da quasi due decenni.
Meno nascite e meno potenziali genitori
Il calo dipende da due fenomeni che si rafforzano a vicenda. Da una parte diminuisce il numero delle donne nelle età in cui si hanno più frequentemente figli; dall’altra si riduce la propensione ad avere bambini.
Le donne che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni, fascia nella quale si concentra oltre il 65% delle nascite, sono nate prevalentemente tra il 1985 e il 1995. In quegli anni la fecondità era già in diminuzione, passando da 1,45 a 1,19 figli per donna. Le generazioni più giovani sono quindi numericamente meno consistenti rispetto a quelle precedenti e, una volta entrate nell’età adulta, danno origine a un numero inferiore di potenziali genitori.
A questo fattore si aggiungono le difficoltà che condizionano i progetti familiari. L’Istat richiama l’allungamento dei percorsi di istruzione, la precarietà del lavoro giovanile, gli ostacoli nell’accesso al mercato delle abitazioni e le difficoltà di conciliazione tra occupazione e famiglia. Incidono anche le scelte individuali di rinviare o rinunciare alla genitorialità per dedicarsi ad altri progetti di vita.
Il risultato è una riduzione che interessa sia il primo figlio sia quelli successivi. Nel 2025 i primogeniti sono stati 174.842, in calo del 3,7%; i secondogeniti 127.479, con una diminuzione del 4,8%; i bambini di terzo ordine o successivo 53.451, il 2,1% in meno.
Il Mezzogiorno registra le flessioni più forti
La diminuzione delle nascite presenta differenze territoriali. Nel 2025 il calo dei primi figli è stato particolarmente intenso nel Mezzogiorno, dove ha raggiunto il 5,3%, contro il 2,3% del Nord e il 3,9% del Centro. Anche per i secondi figli la riduzione meridionale è stata più marcata: -5,5%, rispetto al -4,3% del Nord e al -4,6% del Centro.
La geografia della fecondità conferma un quadro articolato. Il Centro registra il valore più basso, con 1,07 figli per donna, seguito dal Nord con 1,15 e dal Mezzogiorno con 1,16.
La Sardegna è la regione con la fecondità più bassa d’Italia: 0,85 figli per donna, in diminuzione rispetto allo 0,91 del 2024. È anche l’unica regione in cui il valore scende sotto un figlio per donna. All’estremo opposto si trova la provincia autonoma di Bolzano, che raggiunge quota 1,54, in aumento rispetto a 1,51. Seguono la provincia autonoma di Trento, con 1,24, e Sicilia e Campania, entrambe a 1,22.
Il divario territoriale, tuttavia, non cambia il quadro generale: la fecondità diminuisce praticamente in tutto il Paese. Le uniche eccezioni sono Bolzano e la Valle d’Aosta, dove il valore è salito da 1,05 a 1,11.
Figli sempre più tardi: il primo arriva a 32 anni
Un altro elemento decisivo è il progressivo rinvio della maternità. Nel 2025 l’età media al parto ha raggiunto 32,7 anni, rispetto ai 32,6 del 2024. Nel 1995 era inferiore di quasi tre anni. Per il primo figlio l’età media è arrivata a 32 anni, contro i 28,1 registrati nel 1995.
La tendenza riguarda sia le donne italiane sia quelle straniere, sebbene con differenze significative. Per le italiane l’età media al parto è salita a 33,2 anni, mentre per le straniere si è attestata a 29,9 anni.
Il rinvio della maternità modifica anche la distribuzione delle nascite nelle diverse fasce d’età. Rispetto al 1995, i tassi di fecondità sono oggi più elevati oltre i 30 anni e più bassi tra le donne più giovani. Quando il primo figlio arriva più tardi, inoltre, si riduce il tempo disponibile per eventuali altre gravidanze. Non è un meccanismo automatico per ogni famiglia, ma contribuisce a spiegare perché la posticipazione possa accompagnarsi a una diminuzione del numero medio di figli.
Le donne laureate hanno meno figli e diventano madri più tardi
Le differenze emergono anche in relazione al livello di istruzione. Secondo i dati diffusi dall’Istat, le donne laureate presentano una fecondità pari a 1,09 figli per donna e un’età media al parto di 34,9 anni. Tra le donne con licenza media, invece, il numero medio sale a 1,58 figli e l’età media al parto scende a 29,7 anni.
Questi dati descrivono una correlazione, ma non dimostrano che il titolo di studio sia di per sé la causa della minore fecondità. I percorsi di formazione più lunghi possono contribuire a spostare in avanti l’ingresso nel lavoro stabile e la formazione di una famiglia. Per comprendere il fenomeno occorre considerare anche le condizioni occupazionali, economiche e abitative e le diverse aspirazioni personali.
Il dato suggerisce comunque quanto sia importante affrontare il tema della natalità senza contrapporre istruzione e maternità. La questione riguarda la possibilità di conciliare percorsi professionali, autonomia economica e desiderio di avere figli.
Diminuiscono le nascite da genitori stranieri, crescono quelle delle coppie miste
Neppure la componente straniera riesce a compensare la diminuzione generale delle nascite. Nel 2025 i bambini nati da genitori entrambi italiani sono stati 275.330, pari al 77,4% del totale, con una flessione del 4,8% rispetto al 2024 e del 42,6% rispetto al 2008.
I nati da genitori entrambi stranieri sono stati 49.002, il 3,1% in meno rispetto all’anno precedente. Anche la fecondità delle donne straniere è diminuita: da 1,81 figli per donna nel 2024 a 1,74 nel 2025. Il valore rimane superiore a quello delle italiane, sceso da 1,11 a 1,07, ma la distanza non basta a invertire l’andamento demografico complessivo.
In controtendenza si trovano le coppie miste, formate da un genitore italiano e uno straniero. I bambini nati da queste coppie sono stati 31.440, il 4,2% in più rispetto al 2024. Nel complesso, i nati da coppie con almeno un genitore straniero sono stati 80.442, pari al 22,6% del totale.
La distribuzione geografica riflette la maggiore presenza straniera nel Centro-Nord. Le nascite da coppie miste o straniere rappresentano il 31,2% del totale nel Nord e il 24,7% nel Centro, mentre nel Mezzogiorno si fermano al 10%.
Quasi un bambino su due nasce fuori dal matrimonio
I dati mostrano anche un cambiamento nei modelli familiari. Nel 2025 le nascite da coppie non coniugate sono state 156.874, pari al 44,1% del totale. La quota è aumentata di 0,9 punti percentuali rispetto al 2024 e di 24,4 punti rispetto al 2008.
Le nascite all’interno del matrimonio sono invece scese del 5,4%, a 198.898, mentre quelle fuori dal matrimonio hanno registrato una diminuzione più contenuta, pari all’1,8%. La crescita dell’incidenza delle nascite fuori dal vincolo coniugale riflette una trasformazione delle scelte di coppia: il matrimonio è sempre meno considerato una condizione necessaria per avere figli.
Per la prima volta, nel Centro Italia un bambino su due è nato fuori dal matrimonio: la quota ha raggiunto il 50,1%. Nel Nord si attesta al 43,1% e nel Mezzogiorno al 42,3%. La Sardegna presenta il valore regionale più elevato, pari al 59,4%, seguita dal Lazio con il 51,7%. Le percentuali più basse si registrano in Basilicata, al 33%, e in Calabria, al 35,7%.
Sofia e Leonardo restano i nomi preferiti
Tra le informazioni relative alle scelte dei genitori, nel 2025 Sofia e Leonardo si confermano i nomi più utilizzati per le bambine e i bambini. Cresce inoltre la diffusione del doppio cognome: il 7,3% dei nati ha ricevuto sia quello del padre sia quello della madre, rispetto al 6,7% del 2024.
Sono segnali di una società in trasformazione, nella quale cambiano le modalità di costruire una famiglia e di attribuire ai figli identità e appartenenza. Ma queste evoluzioni convivono con una contrazione sempre più marcata del numero delle nascite.
Una crisi demografica che non si risolve con gli appelli
Il nuovo minimo di 1,14 figli per donna pone nuovamente al centro il problema della sostenibilità demografica italiana. La soglia convenzionale di sostituzione generazionale è di circa 2,1 figli per donna, un livello che consente, in condizioni demografiche standard, il ricambio delle generazioni senza considerare i flussi migratori. Il dato italiano è ormai molto distante da quel riferimento.
Le prime cifre del 2026 indicano che la diminuzione delle nascite prosegue, sebbene a un ritmo più contenuto rispetto al 2025. Sette mesi di dati provvisori non sono sufficienti per stabilire se si stia delineando una stabilizzazione, ma non emerge ancora una ripresa.
La questione non riguarda soltanto le preferenze individuali. La riduzione dei potenziali genitori è il risultato di decenni di bassa natalità, mentre le difficoltà economiche e organizzative possono rendere più complicata la realizzazione dei progetti familiari. Per questo gli appelli ad avere più figli non bastano: il fenomeno richiede politiche capaci di rendere compatibili lavoro, abitazione, servizi per l’infanzia e vita familiare.
I dati Istat non consentono di attribuire l’intera crisi a una singola causa o di prevedere da soli l’efficacia di specifici interventi. Indicano però con chiarezza la dimensione del problema: in meno di vent’anni l’Italia ha perso oltre 220mila nascite annue e continua a registrare una fecondità ai minimi storici. Senza un cambiamento duraturo delle condizioni che accompagnano le scelte di genitorialità, invertire questa tendenza resterà una delle principali sfide sociali e demografiche del Paese.


