Istat, l'insicurezza alimentare in Italia nel 2024: tra miglioramenti strutturali e nuove criticità sociali
L'insicurezza alimentare, secondo la definizione della FAO, non si riduce alla semplice mancanza di cibo. È la condizione in cui una persona non ha accesso, per motivi economici o fisici, a un'alimentazione sana, nutriente e socialmente accettabile, in grado di sostenere una vita attiva e in buona salute. In altre parole, non basta avere qualcosa nel piatto: conta anche la qualità del cibo, la varietà, la stabilità dell'accesso e la possibilità di scegliere.
Nel 2024, l'Istat ha analizzato il fenomeno in Italia utilizzando la scala FIES (Food Insecurity Experience Scale), integrata con i dati dell'Indagine su reddito e condizioni di vita. È emersa una fotografia complessa: da un lato segnali di miglioramento rispetto agli anni precedenti, dall'altro un peggioramento in specifici ambiti economici e territoriali.
Quasi 800 mila persone in Italia vivono una insicurezza alimentare moderata o grave
A livello mondiale, nel 2024 la prevalenza dell'insicurezza alimentare moderata o grave si attesta al 28%, ma le differenze regionali restano drammatiche: in Africa colpisce quasi sei persone su dieci (58,9%), mentre in Europa riguarda appena il 6,8%.
In Italia, la situazione appare più contenuta ma non trascurabile. Il 5,5% della popolazione mostra almeno uno degli otto segnali di insicurezza alimentare. Il sintomo più comune è l'aver potuto mangiare solo alcuni tipi di cibo (4,3%), seguito dall'essere stati preoccupati di non avere abbastanza cibo (2,5%) e dal non aver potuto mangiare cibi salutari e nutrienti (2,5%).
Gli indicatori più gravi, come l'aver sofferto la fame o il non aver mangiato per un giorno intero, interessano meno dell'1% della popolazione (0,7% e 0,5%).
Nel complesso, l'1,3% degli italiani vive una forma di insicurezza alimentare moderata o grave, pari a circa 800 mila persone. Tuttavia, il dato medio nasconde forti disuguaglianze territoriali: nel Mezzogiorno la quota sale al 2,7%, mentre nel Nord si ferma allo 0,6% e nel Centro allo 0,8%.
Il confronto con il 2022 mostra un miglioramento generale: due anni fa la media nazionale era del 2,2% (3,8% nel Mezzogiorno). Le grandi città registrano valori leggermente superiori (1,6%) rispetto alle aree rurali (0,9%), segno che anche nei contesti urbani la precarietà alimentare è una realtà. L'insicurezza è più diffusa tra gli stranieri (1,8%) rispetto agli italiani (1,3%), e tocca in modo significativo le persone con limitazioni nelle attività quotidiane (2,4%) rispetto a chi non ne ha (1%).
Il nodo dell'accesso al pasto proteico: peggiora la posizione dell'Italia in Europa
L'altro campanello d'allarme arriva dal fronte europeo. L'indicatore che misura la possibilità di permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni — uno dei parametri chiave della grave deprivazione materiale e sociale dell'UE — mostra una tendenza preoccupante in Italia.
Nel 2024, mentre la media europea migliora leggermente (dal 9,5% del 2023 all'8,5%), l'Italia registra un aumento dal 8,4% al 9,9%, ovvero quasi una persona su dieci che non può permettersi un pasto a base di carne, pesce o equivalenti vegetali con regolarità.
Il dato è in controtendenza rispetto al resto d'Europa e pone l'Italia al 19° posto nella classifica dei Paesi UE, peggio di Francia (10,2%) e Germania (11,2%), ma nettamente sopra Spagna (6,1%), Portogallo (2,5%) e Irlanda (1,8%).
Le situazioni più gravi si registrano in Bulgaria (18,7%), Slovacchia (17,1%) e Romania (16,3%), mentre Cipro (1,2%) guida la classifica dei Paesi più virtuosi.
Un Paese in bilico tra miglioramento statistico e fragilità reale
I numeri mostrano che l'Italia, pur migliorando in termini di "insicurezza alimentare moderata o grave", resta vulnerabile sul piano economico e nutrizionale. Il peggioramento dell'indicatore sul pasto proteico evidenzia che il problema non è solo la fame, ma la qualità dell'alimentazione.
In sostanza, sempre più famiglie non rischiano di restare a stomaco vuoto, ma devono rinunciare a cibi sani e bilanciati, segno di una nuova povertà alimentare legata al costo crescente della vita e alla precarietà economica.
L'insicurezza alimentare, oggi, è meno questione di accesso fisico e più di sostenibilità economica e sociale: poter scegliere cosa mangiare è diventato un privilegio.