Gli omicidi di donne classificati come "di genere” - cioè i femminicidi - sono quelli per cui l’origine è una relazione intima/familiare o una violenza di genere. Tutti ne parlano ogni giorno, più volte al giorno, ma nessuno sa se sono tanti, se sono pochi, se sarebbero stati evitabili oppure no, se sono insiti nel genoma umano o non lo sarebbero, eccetera.
La confusione derivante dal battage mediatico è tale che, nel tentativo di far qualcosa, il nostro Parlamento vorrebbe introdurre l'art. 577 bis del codice penale quando nell'omicidio perpetrato ci sono alcune aggravanti di specie (odio, dominio, controllo, discriminazione), ma solo se il sesso della vittima è femminile, ... in una nazione la cui Costituzione impone che "tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso".
Insomma, se vogliamo capirci qualcosa non resta che affidarci ai numeri, come al solito.
Secondo i dati Istat negli ultimi 5 anni la media italiana è stata di ~116 donne uccise ogni anno, cioè 1,9 casi ogni milione di abitanti. Siamo molto lontani dai quasi 350 della Germania, dai quasi 300 del Regno Unito o dai circa 200 della Francia. (Eurostat)
Più in generale, in Italia gli omicidi intenzionali sono relativamente bassi (338 nel 2023), a differenza della Francia, dove se ne registrano 887 l'anno, o la Germania che conta ben 661 omicidi.
In altre parole, è innanzitutto in Germania che si dovrebbe parlare di "emergenza femminicidi", visto che tra l'altro lì il numero delle donne uccise è quasi lo stesso degli uomini, non la metà come in Italia o un terzo come in Francia.
Interessanti i dati che emergono dall'analisi quantitativa di un ampio corpus di testi giornalistici online (il cosiddetto “Timestamped JSI corpus”), che misura le occorrenze del lemma “femminicid*” (ovvero “femminicidio”, “femminicidi”, “femminicida”, ecc.) e di espressioni come “violenza di genere”.
Il paper pubblicato da UNIMI riporta che la forma “femminicid*” appare 49.467 volte dal 2014 al 2022, a fronte di circa 800 femminicidi. (Paolo Orrù, "Femminicidio e violenza di genere nella stampa online: un’analisi quantitativa", edito da UNIMI - Lingue e Culture dei Media v.8, n.1 - 2024)
L'analisi quantitativa della semantica mediatica e social è uno strumento essenziale per la comprensione delle dinamiche sociali nella società digitale di massa.
Infatti, il discorso pubblico su fatti sociali - tra cui il femminicidio e la violenza di genere - è influenzato da un processo di sedimentazione discorsiva, come sottolinea Norman Fairclough (1989) attraverso il concetto di «aspetto cumulativo».
Questo principio evidenzia come la ripetizione di determinate forme linguistiche, strutture e retoriche nel tempo contribuisca a consolidare convinzioni e schemi mentali condivisi da un gruppo sociale.
In altre parole, anche un singolo testo può esercitare un’influenza significativa, ma è attraverso la ripetizione e l’accumulo di modelli linguistici che si formano interpretazioni collettive che influenzano la percezione e l’opinione pubblica su un fenomeno sociale.
Ergo, alimentano possibili pregiudizi, che siano essi preesistenti o che vadano a sostituire quelli precedenti.
Per analizzare questa dinamica, l’approccio della linguistica si rivela particolarmente efficace. Utilizzando grandi quantità di dati testuali e tecniche quantitative, permette di individuare patterns ricorrenti e di mettere in luce aspetti del discorso che potrebbero sfuggire a un’analisi qualitativa tradizionale.
Lo studio pubblicato da UNIMI conferma come il tema "femminicidio", sebbene apparentemente focalizzato su casi di cronaca, sia in realtà molto più articolato e complesso, perché persistono anche stereotipi e rappresentazioni problematiche.
Nelle cronache, si riscontrano frequentemente formule come “raptus di gelosia” o “delitto passionale”, che contribuiscono a ridurre la responsabilità degli uomini e a colpevolizzare le vittime, attribuendo la violenza a loro decisioni o comportamenti.
A corrispettivo, i luoghi comuni "contro il patriarcato" portano a confondere fenomeni diversi (violenza domestica, problemi economici, conflitti di coppia, dinamiche psicologiche) come se avessero tutti la stessa radice.
Oltre alle parole chiave legate direttamente alla violenza, emergono la vittimizzazione secondaria delle figure femminili coinvolte, ma anche la valorizzazione del ruolo sociale ricoperto (studentessa, operaia, avvocata eccetera).
Viceversa, è forte la spersonalizzazione del femmicida, vista la diffusa carenza di "riferimenti lessicali agli uomini. Nella lista si trova mariti, ma non il suo singolare, per via della sua alta frequenza sia nel subcorpus sia nel corpus di riferimento, con un conse-guente abbassamento dell’indice di tipicalità".
Questi elementi discorsivi rafforzano visioni distorte e alimentano stereotipi di genere. Ad esempio, che quella dei femminicidi sia una emergenza nazionale, mentre i numeri raccontano che l'Italia è una nazione dove si uccide relativamente poco, uomini o donne che siano.
Piuttosto, perché non affrontare il "vero" problema italiano, quello della violenza di genere? Quante sono le minacce, le percosse e le lesioni denunciate dalle donne?
L'ultima statistica risale al 2018 e riporta che le denunce presentate da donne erano 531.900 per minacce, 114.360 per percosse e 410.580 per lesioni dolose. (Fonte: Delitti, imputati e vittime dei reati – Istat 2020 su dati Ministero dell’interno).
Un milione di delitti denunciati non sono affatto pochi, specialmente se perpetrati prevalentemente da un sesso verso l'altro sesso, ma - nonostante un dato così eloquente ed allarmante - oggi, nel 2025, non solo non sappiamo quante sono diventate oggi le violenze contro le donne, ma neanche sappiamo quanti di questi crimini hanno visto una condanna.
Meglio parlare di continuo di 100 femminicidi all'anno e solo di quelli oppure sarebbe il caso di affrontare innanzitutto e soprattutto il problema della violenza di genere, cioè delle minacce, lesioni e percosse?
Un problema non solo "al femminile", visto che minacce, lesioni e percosse dovrebbero comportare almeno 1 milione di condannati ogni anno, visto che le denunce nel solo 2018 sono state in totale oltre 2,5 milioni tra ambosessi?

