Negli ultimi anni il bodybuilding competitivo è stato attraversato da un numero crescente di morti premature e di casi clinici gravi che coinvolgono atleti molto giovani. Non si tratta più di episodi isolati o di semplici “sfortune”, ma di un fenomeno che, osservato nel suo insieme, mostra dinamiche ricorrenti. Al centro di tutto c’è una combinazione pericolosa: uso estremo di steroidi anabolizzanti, pratiche di allenamento e preparazione esasperate e, sempre più spesso, l’impiego di sostanze non steroidee come il Synthol per alterare artificialmente l’aspetto fisico.
I dati disponibili indicano che la mortalità nei bodybuilder professionisti è significativamente più alta rispetto agli amatori, soprattutto per quanto riguarda le morti cardiache improvvise. L’età media di molti atleti deceduti è sorprendentemente bassa, spesso intorno ai 30–35 anni. Questo non consente di accusare automaticamente il doping in ogni singolo caso, ma il quadro complessivo suggerisce un aumento reale del rischio cardiovascolare proprio nei livelli dove la pressione a “fare di più” è massima.
Gli steroidi anabolizzanti, soprattutto quando usati per anni e a dosaggi elevati, sono associati a cambiamenti strutturali del cuore: ispessimento patologico del muscolo cardiaco, alterazioni della funzione di pompaggio, squilibri elettrici che possono favorire aritmie fatali. A questo si sommano effetti su pressione, colesterolo, coagulazione del sangue e ritenzione idrica. Il risultato è un cuore più grande, ma non più forte: un organo stressato, rigido, vulnerabile. In condizioni come disidratazione pre-gara, uso di stimolanti o sforzi estremi, il margine di sicurezza si assottiglia fino a scomparire.
Accanto agli steroidi, però, si è diffuso un pericolo ancora più crudo e spesso sottovalutato: il Synthol e altri oli muscolari. Queste sostanze non migliorano forza né prestazioni. Servono solo a gonfiare visivamente il muscolo tramite iniezioni locali di olio. Dal punto di vista medico è una pratica senza ambiguità: si introduce nel tessuto una sostanza che il corpo non può metabolizzare correttamente.
Le conseguenze sono spesso devastanti. Infezioni profonde, ascessi, infiammazioni croniche, necrosi e fibrosi permanente del muscolo sono complicanze ben documentate. In molti casi il muscolo perde funzione e diventa una massa dura, dolorosa, inutilizzabile. Se l’olio entra nel circolo sanguigno, il rischio diventa immediatamente vitale: embolie polmonari, insufficienza respiratoria, ictus e morte improvvisa.
Ma il Synthol colpisce anche in modo evidente e irreversibile l’aspetto fisico. Braccia, spalle e pettorali assumono forme innaturali, asimmetriche, grottesche. Non è “ipertrofia”, è deformazione. Una volta che il tessuto si fibrotizza, tornare indietro è quasi impossibile. Gli interventi chirurgici, quando praticabili, lasciano spesso cicatrici e deficit funzionali permanenti.
Il punto chiave è che queste due strade – steroidi e oli muscolari – non sono alternative, ma spesso convivono nello stesso ambiente. Il doping steroideo spinge il corpo oltre i limiti fisiologici interni; il Synthol distrugge il muscolo dall’esterno. In mezzo ci sono allenamenti estremi, privazione di liquidi, pressione psicologica e una cultura dell’apparenza che premia il volume a ogni costo.
La narrativa romantica del “fisico scolpito con sacrificio” non regge più quando i numeri parlano di cuori che cedono troppo presto e di corpi deformati in modo permanente. Non tutto ciò che appare muscolo lo è davvero, e non tutto ciò che promette risultati rapidi è compatibile con la vita.
La verità, per quanto scomoda, è questa: una parte del bodybuilding moderno ha superato il confine dello sport ed è entrata in una zona grigia fatta di rischi enormi, spesso accettati con leggerezza. Ignorarli non protegge gli atleti. Nominarli, invece, è il primo passo per evitare che altri fisici “perfetti” diventino l’ennesima foto commemorativa.


