Decreto bollette, il gioco delle tre carte del governo Meloni
Altro che svolta epocale. Il nuovo decreto bollette, atteso in Consiglio dei ministri dopo mesi di rinvii e retromarce, somiglia più a un complicato esercizio contabile che a una riforma strutturale. L'idea è semplice solo in apparenza: togliere dai bilanci dei produttori elettrici gli oneri legati al trasporto del gas e alle quote europee di emissione, rimborsarli per quanto speso e scaricare il conto sulle bollette dei consumatori. Il tutto promettendo che, alla fine, pagheremo meno.
Un'operazione che si regge su un equilibrio delicatissimo e che rischia di infrangersi contro un muro: le regole europee sull'Emission Trading System (Ets). Non è materia che si possa ritoccare a piacimento. Serve il via libera di Bruxelles. E da Bruxelles i segnali non sono incoraggianti. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha difeso l'Ets proprio mentre una parte dell'industria italiana ne chiedeva la sospensione. Il messaggio è chiaro: chi inquina paga. E le tariffe di rete e le tasse, ha ricordato, spesso pesano più delle quote verdi sul prezzo finale.
Un tetto al prezzo che scontenta tutti
Il cuore della misura è separare il prezzo dell'elettricità da quello del gas. Oggi il Prezzo unico nazionale si forma sull'ultima centrale attivata per coprire la domanda, quasi sempre una centrale a gas, la più costosa. Tagliare gli oneri – circa 7 euro al megawattora per il trasporto e 25-30 euro per le quote Ets – dovrebbe abbassare il prezzo finale, oggi tra 110 e 130 euro/MWh.
Sulla carta funziona. Nella realtà crea un effetto collaterale pesante: riduce i margini dei produttori da fonti rinnovabili, che oggi beneficiano di costi marginali più bassi. Non a caso titoli come Enel e A2A hanno accusato il colpo in Borsa. Meno prezzo all'ingrosso significa meno ricavi per chi ha investito in idroelettrico, eolico e solare.
Il paradosso è evidente: mentre a parole si sostiene la transizione verde, nei fatti si introduce un meccanismo che rischia di favorire il gas e comprimere la redditività delle rinnovabili. Un segnale pessimo per chi ha programmato investimenti pluriennali contando su un quadro regolatorio stabile.
Rinnovabili contro il governo, Regioni contro il governo
Il mondo delle rinnovabili è sul piede di guerra. Gli operatori denunciano il rischio di frenare nuovi impianti e chiedono di non toccare gli incentivi del Conto energia. Il governo, invece, insiste su contratti di lungo termine a prezzi regolati per gli impianti incentivati. Tradotto: meno libertà di mercato per chi ha già investito.
Non basta. Anche la Regione Lombardia, guidata dalla Lega, ha sollevato obiezioni sul cosiddetto “idro-release”, l'accordo per destinare il 15% della produzione idroelettrica a prezzo calmierato alle imprese energivore locali. Il timore è che il decreto renda impraticabile quell'intesa. Dopo un vertice a Palazzo Chigi, l'esecutivo ha parlato di “approfondimenti” e “interlocuzioni”. Formula che suona come ammissione di un testo ancora pieno di falle.
Le imprese: promesse dimezzate
Per le grandi industrie energivore si prevede di rivendere il gas stoccato nel 2022 da Gestore dei Servizi Energetici e Snam, usando il ricavato per calmierare i prezzi. L'Autorità per l'energia, ARERA, dovrebbe anche introdurre un “servizio di liquidità” da 200 milioni per ridurre lo spread tra il PSV italiano e il TTF europeo.
Misure tecniche, complesse, dal risultato tutt'altro che garantito. E le piccole e medie imprese? Confcommercio e Confartigianato parlano apertamente di testo peggiorativo. Gli oneri di sistema pesano ancora per oltre il 20% della bolletta. L'idea di dilazionare i pagamenti fino a 10 anni al 6% di interesse abbassa la rata annuale ma aumenta il conto finale. Una partita che, secondo le associazioni, può valere fino a 10 miliardi in più. Altro che sconto.
Famiglie: bonus ridotto e discrezionale
Sul fronte sociale, il governo propone un'estensione del bonus per chi ha Isee sotto i 9.796 euro, con un contributo straordinario di 90 euro. Peccato che nel 2025 il contributo straordinario fosse di 200 euro. Dimezzato. Per chi ha Isee sotto i 25mila euro, si parla di uno sconto “a discrezione del venditore”. Una scelta che rasenta il grottesco: in un mercato libero, i fornitori possono già fare sconti a chi vogliono. Non serve un decreto per suggerirlo.
Un decreto nato vecchio
Questo provvedimento doveva arrivare in estate. È slittato per mesi, segno di divisioni interne e difficoltà tecniche. Oggi si presenta come un compromesso che non entusiasma nessuno: produttori contrari, rinnovabili preoccupate, Regioni diffidenti, pmi deluse, consumatori scettici, Bruxelles vigile.
Il governo promette bollette più leggere. Ma lo fa spostando costi, redistribuendo oneri, intervenendo su un sistema europeo che non controlla. Se il via libera dell'Ue non arriverà, l'intero impianto rischia di saltare. Se arriverà, resterà comunque un problema politico: la transizione energetica non si governa con trucchi contabili.
Il decreto bollette nasce con l'ambizione di abbassare i prezzi. Per ora ha ottenuto un risultato certo: aumentare l'incertezza... e la rabbia.