L’8° Rapporto GIMBE non lascia spazio a illusioni: il Servizio Sanitario Nazionale è in agonia. Non per fatalità, ma per precise scelte politiche. In soli tre anni, alla sanità sono stati sottratti 13,1 miliardi di euro, mentre le famiglie italiane hanno dovuto coprire di tasca propria oltre 41 miliardi di spese mediche. Risultato? Un italiano su dieci rinuncia a curarsi. Non è più un’emergenza: è un collasso silenzioso.

Il definanziamento come strategia di demolizione
Il Governo sbandiera aumenti nominali del Fondo Sanitario Nazionale, ma dietro i numeri si nasconde un trucco contabile. In rapporto al PIL, la spesa sanitaria è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% nel 2023, e si fermerà al 5,8% nel 2028. Tradotto: meno soldi reali, più malati, più disuguaglianze.
Le Regioni, strette tra tagli e vincoli di bilancio, saranno costrette a scegliere: tagliare i servizi o aumentare le tasse locali. E chi pagherà? Sempre i cittadini.

Nord ricco, Sud abbandonato
Il rapporto GIMBE fotografa un’Italia spaccata in due. Solo 13 Regioni rispettano i Livelli Essenziali di Assistenza. Al Sud, milioni di cittadini vivono in un sistema sanitario di serie B: meno servizi, tempi d’attesa infiniti, mobilità sanitaria verso Nord che vale oltre 5 miliardi di euro. In Campania, l’aspettativa di vita è di tre anni inferiore rispetto a Trento.
La “sanità pubblica” non è più universale: dipende dal CAP in cui sei nato.

Privati in marcia, Stato in ritirata
Nessun Governo ha mai osato dichiarare di voler privatizzare il SSN. Eppure, è esattamente ciò che sta accadendo.
Oggi il 58% delle strutture sanitarie italiane è privato accreditato, e il “privato puro” cresce a ritmi vertiginosi (+137% in sette anni). Un mercato da miliardi, spinto dalla ritirata dello Stato.
Le famiglie, schiacciate dalle liste d’attesa e dall’impoverimento, si rifugiano dove possono: pagando. Chi può permetterselo compra la salute; chi non può, rinuncia.
Così la sanità pubblica diventa un’illusione costituzionale.

Operatori sanitari allo stremo
Altro che “carenza di medici”: l’Italia è seconda in Europa per numero di dottori, ma gli ospedali restano sguarniti perché i professionisti fuggono da stipendi indegni e carichi di lavoro insostenibili.
Mancano 5.500 medici di base e oltre 500 pediatri. Gli infermieri? 6,5 ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 9,5.
Il sistema si regge sul sacrificio quotidiano di chi lavora per stipendi da fame, mentre i privati reclutano e pagano di più. È un esodo silenzioso, alimentato dallo Stato stesso.

Il PNRR che non arriva mai
Le Case della Comunità, fiore all’occhiello del PNRR Salute, dovevano essere la risposta territoriale alla crisi. Ma al 30 giugno 2025, solo il 4,4% è realmente operativo con personale medico e infermieristico.
Gli Ospedali di Comunità? Appena un quarto attivi.
La rivoluzione promessa dal Piano è un castello di carte: cantieri aperti, soldi spesi, servizi inesistenti.

Un piano per salvare il bene comune
Il GIMBE lancia un appello netto: serve un Piano di Rilancio del SSN. Non un pannicello caldo, ma una scelta politica radicale: considerare la salute un investimento strategico, non una spesa da contenere.
Un nuovo patto tra politica, cittadini e professionisti che rimetta la sanità pubblica al centro della democrazia.
Perché senza sanità pubblica non c’è uguaglianza, non c’è libertà, non c’è Paese.

 
Il tempo è finito. O si rifinanzia e si ricostruisce il Servizio Sanitario Nazionale, o si firma la sua condanna a morte definitiva.
E con lui, quella del diritto alla salute di tutti.