Il progressismo può riconquistare il mondo del lavoro e le periferie industriali?
La scomposizione della rappresentanza politica nell’Occidente contemporaneo ed il trend generalizzato verso destra hanno radici squisitamente materiali ed economiche, nate dal progressivo disallineamento tra la sinistra istituzionale e la sua base storica.
A partire dagli anni Novanta, la transizione dei partiti progressisti verso la difesa dei ceti medi, dei professionisti e delle nuove marginalità identitarie ha lasciato un vuoto di tutela macroeconomica nelle periferie geografiche e sociali del continente.
L’illusione della stabilità del secondo dopoguerra si è infranta definitivamente sotto il peso combinato della deindustrializzazione selvaggia e della gestione dell'austerità post-2008.
Privata della protezione del welfare state e della sicurezza del posto fisso, la lower class lavoratrice ha progressivamente individuato nella destra radicale e populista l'unico vettore disponibile per esprimere una domanda di protezione e di ripristino della sovranità economica.
La Cinetica del Voto Operaio
Il travaso dei voti industriali non è stato un fenomeno fluido, ma una lenta e progressiva erosione che, a partire dal trauma geopolitico del 2001, ha capovolto la geografia politica europea nell'ultimo quarto di secolo.
I dati aggregati dei flussi elettorali dimostrano una correlazione diretta tra l'indice di deindustrializzazione di un territorio e la penetrazione delle forze nazionaliste e sovraniste.
Le fonti di questa elaborazione sono Eurostat LFS (Labour Force Survey) = dati regionali a livello NUTS-2, OECD OCSE = report periodici sulla deindustrializzazione, The PopuList = banca dati accademica internazionale, European Election Database (EED) Gestito dal NSD (Norwegian Centre for Research Data.
L'analisi geografica delle tornate elettorali dal 2001 al 2026 permette di mappare la nascita dello shock politico moderno, evidenziando il momento esatto in cui le storiche roccaforti operaie hanno voltato le spalle alla sinistra.
Ad esempio in Francia, nell'ex bacino carbonifero e siderurgico del Nord-Pas-de-Calais e la vallata della Mosella in Lorena, lo shock originario avviene nel 2002, quando Jean-Marie Le Pen supera i socialisti al primo turno delle presidenziali, capitalizzando le paure nate dopo l'11 settembre 2001 e il progressivo smantellamento delle acciaierie.
Nel quarto di secolo successivo, Marine Le Pen radica questa tendenza trasformando la rabbia operaia contro l'euro nel carburante elettorale del Rassemblement National. In dipartimenti storicamente rossi come l'Aisne, il voto operaio per la destra nazionalista si consolida fino a sfondare il 60%.
Ad esempio in Germania, nei territori della ex Repubblica Democratica Tedesca (DDR), in particolare i poli industriali di Chemnitz, Görlitz e le aree della Turingia, dove nei primi anni Duemila, la classe lavoratrice dell'Est, colpita dalle riforme del lavoro Hartz IV introdotte dal centrosinistra di Gerhard Schröder che precarizzarono il mercato, si rifugiò nella sinistra radicale della PDS (poi Die Linke).
Tuttavia, con lo scoppio della crisi migratoria del 2015 e i successivi shock energetici post-2022, il risentimento identitario si salda a quello economico e l'Alternative für Deutschland (AfD) fagocita il voto dei distretti industriali orientali, diventando il primo partito assoluto tra i lavoratori manuali scontenti delle politiche ecologiche di Berlino.
Ancora, nel Regno Unito, nelle contee manifatturiere e minerarie del Nord dell'Inghilterra e delle Midlands (es. Yorkshire, Nottinghamshire, County Durham) nei primi anni Duemila, il New Labour di Tony Blair sposta il baricentro del partito sulla finanza londinese, ignorando il declino manifatturiero del Nord.
La spaccatura identitaria esplode drammaticamente con il referendum sulla Brexit del 2016, quando la classe operaia si schiera contro l'immigrazione e i trattati commerciali europei.
La rottura definitiva si consuma nel decennio successivo, portando al collasso elettorale del vecchio sindacalismo in favore di una destra populista e conservatrice focalizzata sulla protezione del mercato nazionale.
Ed anche in Italia, nelle province manifatturiere del Veneto, della Lombardia (es. Bergamo, Brescia) e l'hinterland torinese legato all'indotto automobilistico, già nel 2001, con il secondo governo Berlusconi, la Lega Nord intercetta gli operai delle piccole imprese spaventati dall'ingresso della Cina nel WTO e dal declino del distretto industriale classico, intanto la sinistra perde l'aggancio biologico con i metalmeccanici.
Negli ultimi dieci anni, con la crisi strutturale del settore dell'auto e delle grandi fabbriche, questo elettorato si sposta ulteriormente verso Fratelli d'Italia, saldando la vecchia protesta identitaria alla richiesta di un forte protezionismo economico statale.
I dati e la mappatura territoriale dimostrano che lo spostamento a destra della classe operaia non è dettato da un'improvvisa conversione ideologica al fascismo, ma da un calcolo di sopravvivenza socio-economica.
Laddove la globalizzazione ha deregolamentato i mercati, riducendo i diritti e le tutele dei singoli cittadini, la destra radicale ha offerto una risposta semplice e potente: il ripristino delle barriere protettive dello Stato nazionale.
Finché i partiti tradizionali dell'area progressista ed europea continueranno a ignorare la centralità della sicurezza materiale dei lavoratori, le ex regioni industriali rimarranno i laboratori geopolitici della rottura sovranista nazionalista.
Invertire questa tendenza a breve termine è teoricamente possibile, ma politicamente e strutturalmente difficilissimo, perché richiede lo smantellamento immediato di trent'anni di impianto economico e culturale basato sulla deregolamentazione.
Il progressismo europeo si trova oggi prigioniero di un cortocircuito identitario e strutturale che rende la riconnessione con il mondo operaio un obiettivo complesso, poiché la priorità politica accordata alle nuove marginalità urbane ed ai ceti emergenti ha finito per confliggere direttamente con gli interessi materiali e la richiesta di sicurezza salariale, assistenziale e previdenziale della classe lavoratrice tradizionale.
Occorrerebbe promuovere tempestivamente un'inversione di paradigma che ricollochi al centro dell'agenda progressista ed europeista l'autonomia strategica e l'ancoraggio territoriale dei diritti materiali, sottraendo così le comunità periferiche e i distretti della transizione ecologica alla strumentalizzazione e alle derive regressive delle destre sovraniste.