Economia

Quando le regole cambiano a partita iniziata: i lavoratori pubblici più anziani traditi dallo Stato!

Negli ultimi decenni il lavoro pubblico in Italia ha attraversato trasformazioni profonde, spesso silenziose ma radicali, che hanno inciso in modo significativo sulla vita professionale e personale di centinaia di migliaia di dipendenti. Tra riforme previdenziali, cambiamenti contrattuali e grandi mutamenti economici – dal passaggio dalla lira all’euro, che ha coinciso con una pesante perdita del potere d’acquisto, alla cosiddetta “privatizzazione” del pubblico impiego avviata negli anni Novanta – si è progressivamente ridefinito un patto che per lungo tempo era apparso stabile: quello tra lo Stato e i suoi dipendenti.

In questa intervista raccogliamo la testimonianza di un dipendente pubblico con oltre trent’anni di servizio, entrato nella Pubblica Amministrazione quando le regole sembravano chiare e le prospettive certe. Il suo racconto non è soltanto una vicenda individuale, ma riflette l’esperienza di un’intera generazione che oggi si interroga su una domanda cruciale: che fine hanno fatto i diritti acquisiti?

Lei è un dipendente pubblico con più di trent’anni di servizio. Partiamo dall’inizio: com’era entrare nella pubblica amministrazione ai suoi tempi?

Entrare nel pubblico impiego non era affatto semplice. Anch’io, come migliaia di altri colleghi, ho dovuto affrontare un concorso pubblico impegnativo: due prove scritte e un esame orale. Non esistevano test informatizzati a risposta multipla come oggi, né procedure semplificate. Si studiava per mesi, spesso per anni. Si sapeva che quel posto avrebbe garantito stabilità, ma soprattutto che andava conquistato con impegno e merito, nel rispetto di regole che si pensavano destinate a restare relativamente stabili nel tempo.

Quali erano queste regole?

Regole abbastanza chiare. All’ingresso abbiamo prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione, cosa che non si usa più per i neo assunti. Sapevamo che avremmo svolto l’intera carriera al servizio dello Stato. Gli stipendi non erano elevati rispetto ad alcune professioni del settore privato, ma esisteva una sorta di equilibrio tra stabilità del posto di lavoro e progressioni di carriera limitate, ma soprattutto una pensione calcolata con il sistema retributivo sugli ultimi stipendi percepiti e un'età pensionabile al massimo dei 65 anni. Certo, se anche ai nostri tempi ci fosse stato lo smart working – grazie al quale, oltre ai permessi vari, alla legge 104, alla settimana corta, ecc, sono più i giorni a casa che quelli in presenza - allora oggi sarebbe meno gravoso andare in pensione oltre i 67 anni!

Quando questo equilibrio ha iniziato a cambiare?

Un passaggio decisivo è arrivato con la riforma previdenziale degli anni Novanta, in particolare con la riforma Dini del 1995. Quella riforma ha introdotto il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. In realtà la transizione non è stata uguale per tutti: chi aveva almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha mantenuto il sistema retributivo, mentre per la stragrande maggioranza dei lavoratori è stato introdotto il sistema misto o contributivo puro. Per gran parte della mia generazione questo ha significato rivedere le aspettative pensionistiche costruite negli anni precedenti.

E poi è arrivata la Legge Fornero…

Sì, la riforma del 2011 è stata un altro passaggio molto forte. La Legge Fornero ha accelerato l’innalzamento dell’età pensionabile agganciandola alla speranza di vita e ha introdotto criteri più rigidi per l’accesso alla pensione. Per molti lavoratori questo ha comportato l’allungamento della permanenza al lavoro di diversi anni rispetto alla  precedente normativa. Inoltre, nel pubblico impiego sono stati introdotti meccanismi particolari per il pagamento del trattamento di fine servizio o di fine rapporto, che possono comportare tempi di erogazione più lunghi e una corresponsione rateizzata della liquidazione rispetto a quanto avviene nel settore privato.

Quali sono stati gli effetti concreti di queste riforme sulla vostra generazione?

Per molti della mia generazione il cambiamento più evidente è stato proprio l’allungamento dell'età pensionabile oltre i 67 anni e il ricalcolo della pensione con il sistema contributivo. Alcuni colleghi che avevano programmato l’uscita dal lavoro secondo la vecchia normativa, si sono trovati improvvisamente a dover rimanere diversi anni in più sul posto di lavoro. Oltretutto, con il passaggio al sistema contributivo, gli assegni pensionistici sono più bassi rispetto a quelli dei colleghi che sono andati in pensione con il sistema interamente retributivo. Questo ha creato anche un certo disagio economico e psicologico, perchè quando le regole cambiano durante il percorso lavorativo, diventa difficile pianificare il proprio futuro.

Nel frattempo, le condizioni di lavoro sono migliorate?

Non sempre. In molti settori della Pubblica Amministrazione il blocco o la riduzione del turnover per diversi anni ha portato ad organici ridotti e ad un’età media dei dipendenti sempre più alta. Nello stesso periodo è avvenuta una trasformazione tecnologica molto rapida: digitalizzazione degli archivi, informatizzazione dei servizi, nuove piattaforme amministrative. Per molti lavoratori questo ha significato adattarsi a cambiamenti profondi nelle modalità e nei carichi di lavoro e soltanto negli ultimi anni, con la pandemia, si sono diffusi strumenti come lo smart working.

Nonostante tutto, i dipendenti pubblici vengono sempre descritti come “privilegiati”...

È una rappresentazione che molti lavoratori faticano a riconoscere come realistica. Sicuramente il pubblico impiego garantisce maggiore stabilità rispetto a molti settori del privato, ma allo stesso tempo negli ultimi decenni ha subito blocchi contrattuali, riforme previdenziali e cambiamenti organizzativi importanti. Molti dipendenti percepiscono di aver pagato una parte significativa delle trasformazioni del sistema.

E allora, concludendo, che fine hanno fatto i diritti acquisiti?

Sono finiti nel… cestino! Per chi ha trascorso tutta la vita lavorativa nella Pubblica Amministrazione, questo ha significato confrontarsi con regole diverse da quelle con cui aveva iniziato. Ed è forse questo il punto più delicato: quando le regole cambiano durante il percorso, il rapporto di fiducia tra lavoratori e istituzioni può diventare più fragile.

Autore Freeskipper Italia
Categoria Economia
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