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Iran, l'ultimo saluto ad Ali Khamenei: milioni di persone in corteo a Teheran mentre il regime promette vendetta contro Stati Uniti e Israele

È iniziata a Teheran la lunga processione funebre per la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno della guerra combattuta contro Stati Uniti e Israele. Un evento che rappresenta molto più di un semplice funerale di Stato: per la Repubblica Islamica è diventato una poderosa dimostrazione di forza politica, di unità nazionale e di sfida nei confronti dei due principali avversari internazionali, mentre il fragile cessate il fuoco raggiunto nelle scorse settimane continua a mantenere il Medio Oriente in una situazione di estrema tensione.

Dopo essere rimasta esposta per due giorni nel grande complesso religioso del Grand Mosalla di Teheran, la salma di Khamenei ha iniziato lunedì un percorso di circa dodici ore attraverso la capitale iraniana. Il feretro, avvolto nella bandiera nazionale, è stato trasportato su un camion lungo un tragitto di circa dieci chilometri che ha attraversato alcuni dei luoghi simbolo della città, dall'Imam Hossein Square fino ad Azadi Square.

Secondo i media di Stato, milioni di persone si sarebbero riversate lungo il percorso del corteo, occupando le principali arterie della capitale per rendere omaggio al leader religioso e politico che per decenni ha guidato la Repubblica Islamica. Le immagini diffuse dalla televisione iraniana mostrano un'impressionante folla di fedeli, sostenitori e cittadini che hanno accompagnato il feretro tra bandiere nazionali, stendardi rossi simbolo della vendetta e slogan contro gli Stati Uniti e Israele.

Il funerale ha assunto fin dalle prime ore un forte carattere politico. Numerosi manifestanti hanno esposto cartelli con fotografie del presidente americano Donald Trump, del vicepresidente JD Vance, del segretario alla Difesa Pete Hegseth e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Su alcuni striscioni comparivano messaggi come "Ci sarà sangue", mentre altri invocavano apertamente la morte del presidente degli Stati Uniti.

In piazza Imam Hussein è stato anche appeso un fantoccio raffigurante Donald Trump, mentre altri manifestanti sono stati ripresi mentre lanciavano pietre contro un grande cartellone con il volto del presidente americano accompagnato dalla scritta: "Gli Stati Uniti hanno ucciso nostro padre. Non ve la faremo passare liscia".

L'intera settimana di commemorazioni rappresenta per le autorità iraniane un'importante occasione per ribadire la tenuta del sistema politico dopo l'eliminazione del suo leader storico. Il governo intende infatti trasformare il lutto nazionale in una dimostrazione di compattezza della Repubblica Islamica proprio mentre permane il cessate il fuoco raggiunto con gli Stati Uniti al termine della guerra.

Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore con Washington, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha celebrato sui social quella che ha definito la risposta della "orgogliosa e invincibile nazione islamica", sottolineando come il popolo abbia reso omaggio in maniera unanime al proprio "martire".

Anche il presidente Masoud Pezeshkian ha partecipato alle celebrazioni, camminando tra i fedeli nelle strade di Teheran. In un messaggio pubblicato su X ha ricordato come Khamenei abbia insegnato agli iraniani che il patrimonio più prezioso del Paese sia rappresentato "dal popolo e dalla sua unità", promettendo di proseguire sulla strada dell'"onore, del progresso e della grandezza dell'Iran".

Molto significativa è stata anche la presenza dell'ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, apparso pubblicamente per la prima volta dall'inizio del conflitto. Secondo indiscrezioni emerse durante la guerra, tre delle sue guardie del corpo sarebbero rimaste uccise in un attacco nei pressi della sua abitazione.

Restano invece evidenti alcune assenze di peso. Nessuno dei presidenti ancora in vita che avevano avuto rapporti difficili con Khamenei si è visto alle cerimonie ufficiali, segnale delle persistenti tensioni interne alla leadership iraniana.

Grande attenzione continua inoltre a circondare la figura di Mojtaba Khamenei, nominato nuova Guida Suprema subito dopo l'uccisione del padre. Il suo mancato ritorno in pubblico continua infatti ad alimentare interrogativi.

Domenica tre dei figli di Ali Khamenei hanno pregato accanto al feretro del padre, ma Mojtaba non era presente. Le autorità hanno spiegato che il nuovo leader sarebbe rimasto gravemente ferito nello stesso bombardamento israeliano del 28 febbraio che costò la vita ad Ali Khamenei e ad alcuni membri della sua famiglia. Rimangono tuttavia sconosciute le reali condizioni del nuovo capo della Repubblica Islamica.

Accanto al feretro della Guida Suprema erano esposte anche le bare della figlia, del genero, della nuora e della nipotina di appena quattordici mesi, tutti rimasti uccisi nello stesso attacco aereo.

La componente religiosa delle cerimonie si intreccia continuamente con quella militare e politica. Il comandante dell'esercito iraniano, generale Amir Hatami, ha promesso che Teheran non rinuncerà mai a chiedere giustizia per l'assassinio della Guida Suprema.

"Coloro che hanno commesso questo crimine devono sapere che la nazione iraniana e tutti noi non smetteremo mai di cercare giustizia e di pretenderla", ha dichiarato il comandante militare, ribadendo il tema della vendetta che accompagna ormai tutte le commemorazioni ufficiali.

Alla cerimonia hanno preso parte anche delegazioni dei principali movimenti armati sostenuti negli anni da Teheran, tra cui Hamas e Hezbollah, organizzazioni che hanno rappresentato uno degli strumenti principali attraverso cui Khamenei ha perseguito la sua strategia di confronto permanente con Israele e con gli Stati Uniti in tutto il Medio Oriente.

Nel frattempo permane una situazione estremamente delicata sul piano internazionale. La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele è formalmente sospesa grazie al cessate il fuoco, ma sia Washington sia Teheran hanno più volte avvertito di essere pronte a riprendere le operazioni militari qualora dovessero fallire i negoziati in corso.

Israele continua intanto a rivendicare apertamente l'eliminazione della Guida Suprema. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che Khamenei è stato "eliminato da Israele" perché rappresentava una minaccia esistenziale per lo Stato ebraico, aggiungendo che qualsiasi futuro leader iraniano che dovesse perseguire l'obiettivo della distruzione di Israele "verrà ucciso".

Parallelamente proseguono i tentativi diplomatici per consolidare la tregua. Meno di tre settimane fa Iran e Stati Uniti hanno firmato un accordo preliminare che ha consentito la cessazione delle ostilità, la riapertura dello strategico Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas – e l'avvio di un negoziato destinato a definire il futuro del programma nucleare iraniano, delle sanzioni economiche americane e di una possibile pace permanente.

Il Qatar, che continua a svolgere il ruolo di mediatore, ha riferito che gli ultimi colloqui indiretti svoltisi a Doha hanno registrato "progressi positivi", precisando che il prossimo incontro tra le delegazioni sarà organizzato soltanto dopo la conclusione delle solenni esequie della Guida Suprema.

Le celebrazioni proseguiranno infatti ancora per diversi giorni. Martedì il corteo raggiungerà Qom, centro spirituale dello sciismo iraniano, mercoledì le commemorazioni si sposteranno nelle città sante irachene di Karbala e Najaf, mentre giovedì Ali Khamenei verrà definitivamente sepolto presso il santuario dell'Imam Reza, nella sua città natale di Mashhad, nel nord-est dell'Iran.

Il lungo funerale della Guida Suprema si trasforma così in una grande manifestazione politica e simbolica con cui la Repubblica Islamica intende dimostrare al mondo di essere sopravvissuta alla guerra e alla perdita del proprio leader storico. Ma, dietro la straordinaria mobilitazione popolare e la retorica dell'unità nazionale, rimangono aperti gli interrogativi sul futuro della nuova leadership iraniana e sulla tenuta di un cessate il fuoco che continua a poggiare su equilibri estremamente fragili.

Autore Marco Cantone
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