Un Paese sempre più povero: l’Italia della disuguaglianza
C’è un dato che più di altri fotografa la condizione dell’Italia nel 2024: quasi sei milioni di persone vivono in povertà assoluta. Sei milioni di individui che non riescono a pagarsi un tetto dignitoso, un pasto equilibrato, le cure sanitarie necessarie, o a garantire ai figli l’istruzione che dovrebbe essere un diritto, non un privilegio. È l’immagine di un Paese che invecchia, si impoverisce e, soprattutto, si abitua all’idea che tutto questo sia “normale”.
L’Istat parla chiaro: l’8,4% delle famiglie italiane si trova in una condizione di povertà assoluta. Ma la stabilità apparente rispetto al 2023 nasconde un dato inquietante: rispetto al periodo pre-Covid, i poveri sono aumentati di oltre un milione. E questo nonostante gli anni di bonus, di misure-tampone, di redditi di cittadinanza dati e poi tolti, di promesse di “ripresa” che non si sono mai tradotte in un reale miglioramento del potere d’acquisto.
Gli stipendi italiani, tra i più bassi del Vecchio Continente, raccontano un’altra parte della storia. Mentre l’Europa corre, noi restiamo fermi al palo, con salari stagnanti da vent’anni e un mercato del lavoro frammentato, precario, incapace di garantire stabilità. Non sorprende, allora, che gli operai, le famiglie numerose, e chi ha un basso livello di istruzione siano le categorie più esposte. Nelle famiglie con cinque o più componenti, la povertà assoluta tocca il 21%. Tra gli operai, supera il 15%. E per chi ha solo la licenza elementare, la probabilità di trovarsi in povertà è più di tre volte superiore rispetto a chi ha un diploma.
Dietro le percentuali, però, ci sono storie. Ci sono bambini — 1,28 milioni di minori — che crescono in famiglie che non possono permettersi nemmeno il minimo indispensabile. Un numero mai così alto dal 2014, che segna una ferita profonda nel tessuto sociale del Paese. Perché la povertà infantile non è solo mancanza di denaro: è esclusione, è rinuncia, è destino scritto in anticipo. È un’Italia che nega a un’intera generazione la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello dei genitori.
E poi ci sono gli stranieri, gli “invisibili” della nostra economia, che pur reggendo interi settori – dall’agricoltura alla logistica, dalla cura alla ristorazione – vivono in condizioni ancora più estreme. Uno su tre è povero assoluto, un’incidenza cinque volte superiore a quella degli italiani. Ma anche qui, i numeri vanno letti con attenzione: due famiglie povere su tre sono comunque italiane. Segno che la povertà non è più solo un problema “degli altri”, ma di un sistema che non redistribuisce, non tutela e non valorizza il lavoro.
Infine, resta aperta la questione geografica: un’Italia spaccata in due, dove il Mezzogiorno continua a pagare il prezzo più alto (10,5% di famiglie povere), ma dove anche il Nord – un tempo motore di benessere – mostra segni di cedimento, con quasi la metà dei poveri totali.
La fotografia scattata dall’Istat è quella di un Paese fragile, diseguale e rassegnato. Un Paese in cui lavorare non basta più per uscire dalla povertà, in cui il ceto medio arretra, e in cui i più giovani fuggono all’estero non solo per ambizione, ma per sopravvivenza.
Servono politiche coraggiose, non palliativi: un piano nazionale per il salario minimo, investimenti seri in istruzione, innovazione e formazione, e una riforma fiscale che riduca davvero le disuguaglianze. Perché la povertà non è una colpa individuale: è il sintomo di un sistema economico e politico che ha smesso di occuparsi dei suoi cittadini.
L’Italia non può rassegnarsi a essere il fanalino di coda d’Europa. Ma per invertire la rotta, serve una consapevolezza collettiva: che la povertà di oggi non è solo un problema sociale, ma una minaccia diretta alla democrazia e al futuro stesso del Paese.