Lo Stretto di Hormuz rimane di fatto bloccato mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nel suo quindicesimo giorno. Di fronte al rischio di un collasso delle rotte energetiche globali, il presidente americano Donald Trump ha annunciato che “molti paesi” invieranno navi da guerra per mantenere aperto il passaggio marittimo più strategico del pianeta.
Il presidente statunitense, in un messaggio pubblicato su Truth Social, ha affermato che diverse nazioni – tra cui Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito – potrebbero unirsi a una coalizione navale guidata dagli Stati Uniti per garantire la sicurezza della rotta. Tuttavia, Trump - come suo solito - non ha fornito alcun dettaglio concreto sui governi pronti a partecipare all’operazione.
La posta in gioco è enorme: attraverso lo stretto passa circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, e il blocco del traffico ha già cominciato a generare tensioni nei mercati energetici e nelle catene di approvvigionamento globali.
Nel suo intervento, Trump ha rivendicato che gli Stati Uniti avrebbero “distrutto il 100% delle capacità militari dell’Iran”, pur ammettendo che Teheran sarebbe ancora in grado di colpire lo stretto con droni, mine o missili a corto raggio. Il presidente ha promesso che Washington “bombarderà senza pietà la costa e affonderà continuamente le imbarcazioni iraniane” per rendere lo stretto “aperto, sicuro e libero”.
Il comandante della marina delle Guardie Rivoluzionarie, Alireza Tangsiri, ha dichiarato che lo stretto “non è stato chiuso militarmente ma semplicemente posto sotto controllo”. Su X, Tangsiri ha accusato Washington di diffondere propaganda: prima, ha detto, gli Stati Uniti hanno sostenuto di aver distrutto la marina iraniana; poi di scortare le petroliere; ora starebbero chiedendo rinforzi internazionali.
Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha precisato che il blocco riguarda solo “le petroliere e le navi dei nemici e dei loro alleati”, mentre Mohsen Rezaee, figura influente del sistema politico iraniano, ha ribadito che “nessuna nave americana ha il diritto di entrare nel Golfo”.
Nonostante la tensione, alcuni passaggi nello stretto continuano grazie a negoziati diretti con Teheran.
Sabato mattina due petroliere battenti bandiera indiana cariche di gas di petrolio liquefatto hanno attraversato Hormuz senza incidenti. Il governo indiano ha spiegato che il transito è stato possibile grazie a un accordo diretto tra il primo ministro Narendra Modi e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
Un’esenzione simile è stata concessa nei giorni scorsi anche a una nave turca, mentre almeno altre quattordici imbarcazioni turche restano in attesa di autorizzazione.
Gli Stati Uniti stanno intanto aumentando la loro presenza militare nella regione. Circa 2.500 marines e la nave d’assalto anfibio USS Tripoli sono in rotta verso il Medio Oriente, su richiesta del comando militare americano per l’area.
Il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha respinto le accuse secondo cui il Pentagono sarebbe stato colto di sorpresa dalla crisi: “Ci siamo occupati della questione e non dobbiamo preoccuparci”, ha dichiarato.
Secondo diversi analisti, la leva più potente a disposizione di Teheran non è militare ma economica. La sola minaccia di attacchi sporadici alle navi sta infatti paralizzando il traffico marittimo e scoraggiando le compagnie assicurative dal coprire i carichi.
Per questo, l’ipotesi di una coalizione navale internazionale appare più come un tentativo di rassicurare i mercati che una soluzione reale. L’Iran non ha bisogno di chiudere completamente lo stretto: basta colpire occasionalmente per tenere lontane le navi commerciali. In questo scenario, l’invio di unità militari occidentali significherebbe esporre navi molto costose a proiettili molto economici ma potenzialmente molto efficaci.
Le conseguenze della crisi potrebbero andare ben oltre il mercato del petrolio. Secondo il Center for Strategic and International Studies, lo stretto è cruciale anche per il trasporto di gas naturale liquefatto utilizzato per produrre fertilizzanti azotati, fondamentali per le coltivazioni di cereali che garantiscono oltre il 40% dell’apporto calorico mondiale.
L’India, alle prese con una grave carenza di gas da cucina, ha già attivato poteri di emergenza per proteggere 333 milioni di famiglie che dipendono dal GPL.
Anche le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme. Il responsabile degli affari umanitari Tom Fletcher ha avvertito che milioni di persone potrebbero essere a rischio se le navi con aiuti umanitari non riusciranno a transitare in sicurezza.
Dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, almeno 1.444 persone sono state uccise in Iran, mentre anche il Libano registra un crescente numero di vittime. Nel frattempo, i paesi del Golfo continuano a essere bersaglio di droni e missili.
In questo scenario, lo Stretto di Hormuz resta il vero barometro della crisi: una sottile linea d’acqua dalla quale dipendono energia, commercio e sicurezza alimentare di una parte significativa del pianeta. E che, almeno per ora, nessuna flotta sembra in grado di riaprire davvero.


