Politica

Università e industria delle armi: l'Italia all'ombra dei laboratori militari

Nonostante l'università debba essere luogo di sapere libero e trasparente a favore del progresso dell'umanità, decine di atenei italiani stringono accordi economici con colossi dell'industria bellica come Leonardo, Thales Alenia Space e Mbda. A rivelarlo è un'inchiesta del mensile Altreconomia, che ha chiesto agli atenei di rendere pubblici i contratti in corso. La risposta? Una mappa di collaborazioni diffuse, ma spesso coperte da silenzi, omissioni e giustificazioni burocratiche che puzzano di opacità.

Leonardo: la regina delle alleanze accademiche
Leonardo, tredicesima azienda militare al mondo, risulta legata a 23 università italiane: il 74% del campione interpellato. Un primato inquietante per un Paese che, in base alla Costituzione, "dovrebbe" ripudiare la guerra. Il rapporto più solido è con l'Università di Genova, che ha ammesso accordi per 1,4 milioni di euro dal 2023. Ma il legame è tutt'altro che accademico: nel territorio ligure Leonardo produce sistemi di difesa navali, droni in collaborazione con i turchi di Baykar e gestisce persino il supercomputer militare Davinci-1.

Ancora più soldi girano a Bergamo: 3,3 milioni per un progetto congiunto tra l'ateneo, Leonardo e Thales-Alenia su mobilità e sostenibilità – termini inattaccabili, che però dicono tutto e niente. A Napoli, invece, il mistero. L'Università Federico II si rifiuta di divulgare dettagli dei propri accordi con Leonardo, sostenendo che farlo danneggerebbe la concorrenza nel settore aerospaziale civile e militare. Tradotto: la trasparenza si ferma davanti agli affari.

Mbda e il muro di gomma del "segreto strategico"
Il silenzio si fa ancora più pesante quando si parla di Mbda, colosso europeo dei missili. Otto università italiane collaborano con l'azienda, ma i dettagli sono blindati: "importanza strategica per lo Stato", dicono. Eppure Mbda, secondo il Guardian, è coinvolta nella produzione di bombe usate su Gaza. La ricerca accademica italiana partecipa, direttamente o indirettamente, all'ingranaggio della guerra. Ma senza dirlo.

Thales Alenia e il caso Torino: molti contratti, zero risposte
Con Thales Alenia Space è Bologna a guidare la classifica, con 14 progetti finanziati dal programma europeo Horizon. Seguono Padova, Firenze e le università romane. Ma quando si arriva ai due Politecnici, Milano e Torino, cala il sipario. Torino, in particolare, dichiara che fornire i dati sarebbe un "carico irragionevole di lavoro" per l'amministrazione. Una scusa che suona più come: è troppo grande per mostrarvelo. Stime indipendenti parlano di un 10-15% dei contratti totali legati alla difesa.

Non è un caso se lo stesso Politecnico parteciperà alla futura "Città dell'aerospazio", insieme a Leonardo e Thales-Alenia, che ospiterà anche programmi legati alla NATO come il progetto "Diana".

Dalla scienza al potere: quando la ricerca diventa politica
La reticenza degli atenei non è solo cautela diplomatica. È anche calcolo di potere. Lo spiega bene Juan Carlos De Martin, docente al Politecnico di Torino: i contratti con l'industria militare possono generare gruppi di ricerca enormi, con risorse economiche tali da trasformarsi in potere politico interno. Non più solo laboratori, ma blocchi di potere in grado di orientare decisioni, fondi e carriere.

E il potere, come sempre, genera riconoscimento: il ministro della Difesa Guido Crosetto ha reclutato proprio dal Politecnico di Torino la professoressa Barbara Caputo come consulente per l'intelligenza artificiale, a dimostrazione che il ponte tra università e difesa non è solo tecnologico, ma anche politico.


Domanda inevitabile: è accettabile che istituzioni finanziate con denaro pubblico lavorino nell'ombra per l'industria delle armi? Soprattutto senza dichiararlo apertamente a studenti, docenti e cittadini? La ricerca scientifica non è neutra se serve la produzione di droni, missili e sistemi militari. E se le università tacciono, non è per prudenza: è perché hanno qualcosa da proteggere... e forse di cui vergognarsi.

La trasparenza non è un optional. Ma nel Paese dei conflitti d'interesse, persino l'università sembra aver imparato a convivere con il silenzio.

Autore Marzio Bimbi
Categoria Politica
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