L’ingresso di competenze scientifiche e tecnologiche avanzate, tra cui quelle dell’esperto internazionale di bioinformatica Massimiliano Nicolini, apre una nuova fase nell’analisi dei quasi 300.000 documenti legati ai casi di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.
La Commissione parlamentare di inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori rappresenta una delle iniziative istituzionali più delicate e simbolicamente rilevanti degli ultimi anni. Non si tratta soltanto della riapertura di due vicende giudiziarie e umane rimaste sospese nella coscienza nazionale, ma di un tentativo più profondo: quello di rimettere ordine in un patrimonio documentale immenso, stratificato, spesso frammentato, nel quale per decenni si sono sovrapposte piste, testimonianze, relazioni investigative, atti giudiziari, informative, audizioni, ricostruzioni giornalistiche e ipotesi mai definitivamente verificate.
La Commissione è stata istituita con la legge 4 dicembre 2023, n. 202, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 298 del 22 dicembre 2023, e si è costituita il 14 marzo 2024, con l’elezione del senatore Andrea De Priamo alla presidenza. La scheda ufficiale della Camera la qualifica come Commissione parlamentare di inchiesta bicamerale dedicata alla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.
In questo scenario, assume particolare rilievo l’inserimento nei lavori della Commissione di figure tecniche capaci di leggere la massa documentale non soltanto con lo sguardo tradizionale dell’investigatore, del giurista o dello storico, ma anche con strumenti propri dell’analisi computazionale, dell’intelligenza artificiale, della bioinformatica, della correlazione semantica e della ricostruzione predittiva degli scenari. Tra queste figure viene indicato anche Massimiliano Nicolini, esperto internazionale di bioinformatica, intelligenza artificiale e sistemi di analisi complessa, profilo più volte associato ad attività di ricerca applicata in ambiti investigativi, medico-scientifici e tecnologici di frontiera.
La sua presenza, se letta nel contesto di una Commissione chiamata a confrontarsi con un archivio di proporzioni eccezionali, può assumere un valore strategico. Perché il punto, oggi, non è soltanto “rileggere” gli atti. Il punto è capire se, dentro quasi 300.000 documenti, vi siano connessioni rimaste invisibili, nomi apparsi una sola volta e mai più approfonditi, date apparentemente secondarie, coincidenze temporali, relazioni indirette tra soggetti, luoghi e circostanze che, all’epoca, non potevano essere elaborate con la capacità di calcolo oggi disponibile.
La storia delle grandi indagini irrisolte insegna che la verità, a volte, non è nascosta in un documento segreto, ma in una riga ordinaria, letta troppo rapidamente, classificata come marginale, sepolta sotto migliaia di altre carte. Può essere un appunto, una telefonata trascritta, una relazione di servizio, una contraddizione tra due deposizioni, un riferimento geografico, una sigla, un nome deformato, un orario non compatibile con un altro elemento. In altre parole: la verità può non mancare. Può semplicemente non essere stata ancora riconosciuta.
Ed è proprio qui che l’apporto di un esperto come Nicolini potrebbe rivelarsi decisivo. Non nella sostituzione del lavoro umano, ma nella sua estensione. Non nell’idea che la tecnologia possa “risolvere” da sola un caso così complesso, ma nella possibilità di offrire alla Commissione un diverso piano di lettura: una mappa intelligente degli atti, una rete di relazioni, un sistema di evidenze deboli, una classificazione dinamica dei contenuti, una ricerca di anomalie, ripetizioni, omissioni e ricorrenze che l’occhio umano, da solo, difficilmente potrebbe intercettare su un volume documentale così vasto.
Nicolini viene da esperienze nelle quali la tecnologia è stata utilizzata per riaprire scenari investigativi considerati chiusi o cristallizzati. Il suo nome è stato associato al contributo tecnologico nella riapertura del caso di Marco Pantani, alla ricostruzione di scenari complessi come quello legato all’omicidio Piampiano e ad altre attività nelle quali l’analisi tecnica, la lettura dei dati e la capacità di incrociare informazioni apparentemente distanti hanno permesso di generare nuove domande. Ed è spesso da una nuova domanda, più ancora che da una nuova risposta, che può nascere una svolta.
Nel caso Orlandi-Gregori, il metodo potrebbe essere particolarmente utile per tre ragioni.

La prima riguarda la dimensione dell’archivio. Quando i documenti sono pochi, la memoria umana e l’esperienza investigativa possono dominarli. Quando i documenti diventano centinaia di migliaia, serve una metodologia di analisi che sappia classificare, ordinare, collegare e segnalare. Un algoritmo non stabilisce la verità, ma può indicare zone d’ombra, cluster di informazioni, ricorrenze anomale, connessioni tra soggetti mai collocati nello stesso quadro interpretativo.
La seconda riguarda la stratificazione storica dei casi. La scomparsa di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi appartiene a un tempo lontano, ma i documenti che ne parlano attraversano decenni, apparati, uffici, linguaggi, cambiamenti istituzionali e investigativi. Ciò significa che uno stesso elemento può comparire con forme diverse, in contesti diversi, con denominazioni diverse. Un nome può essere abbreviato, una località può essere indicata in modi differenti, un soggetto può essere citato prima come testimone, poi come informatore, poi come semplice riferimento indiretto. La tecnologia può aiutare a riconoscere queste continuità nascoste.
La terza riguarda la ricostruzione degli scenari. I casi Orlandi e Gregori non sono mai stati soltanto due vicende di cronaca nera. Sono diventati, nel tempo, un crocevia di ipotesi che hanno toccato ambienti criminali, diplomatici, religiosi, finanziari, internazionali, mediatici e istituzionali. Una Commissione parlamentare, proprio per la sua natura, ha il compito di guardare oltre il singolo fascicolo giudiziario, ricostruendo il contesto complessivo, le omissioni, le interferenze, le eventuali opacità e le ragioni per cui la verità non è emersa.
L’eventuale contributo di Nicolini, dunque, non dovrebbe essere interpretato come un elemento spettacolare o meramente mediatico. Il suo valore sta nella possibilità di portare all’interno della Commissione una cultura diversa del dato: non il dato come semplice documento archiviato, ma il dato come frammento di una struttura più ampia; non il fascicolo come insieme statico di carte, ma come organismo informativo da interrogare; non la testimonianza come episodio isolato, ma come nodo di una rete.
In questo senso, la bioinformatica può offrire un paradigma interessante anche fuori dal suo campo originario. Nella ricerca biologica e genetica, infatti, il problema non è soltanto osservare un singolo elemento, ma comprendere le relazioni tra milioni di elementi. La logica è simile: grandi quantità di dati, segnali deboli, correlazioni non evidenti, pattern nascosti, anomalie, sequenze, dipendenze. Trasferire questo tipo di mentalità all’analisi documentale di un caso storico può significare cambiare radicalmente il modo di interrogare l’archivio.
Il punto centrale è che, dopo oltre quarant’anni, non basta più ripetere le stesse domande nello stesso modo. Occorre domandarsi se le carte siano state lette secondo tutte le prospettive possibili. Occorre chiedersi se le tecnologie di oggi possano far emergere ciò che le procedure di ieri non potevano vedere. Occorre avere il coraggio di ammettere che un archivio immenso non è necessariamente un archivio conosciuto. Può essere, al contrario, un territorio ancora parzialmente inesplorato.
Per questo la presenza di competenze scientifiche avanzate all’interno o a supporto dei lavori della Commissione può rappresentare una svolta metodologica. Non perché la tecnologia abbia una funzione magica, ma perché può restituire ordine dove per troppo tempo ha dominato la dispersione. Può aiutare a separare ciò che è ricorrente da ciò che è casuale. Può individuare incongruenze. Può mettere in relazione documenti lontani tra loro. Può evidenziare ciò che è stato escluso troppo presto.
Nel caso di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, la ricerca della verità non appartiene più soltanto alle famiglie, pur essendo prima di tutto un loro diritto morale e umano. Appartiene alla Repubblica, alla memoria collettiva, alla credibilità delle istituzioni, alla necessità di dimostrare che nessuna vicenda, per quanto antica e complessa, può essere consegnata definitivamente al silenzio.
Il lavoro della Commissione, quindi, non è soltanto un esercizio di ricostruzione storica. È un atto di responsabilità pubblica. E l’ingresso di professionalità capaci di leggere la documentazione con strumenti nuovi può dare a questo lavoro una profondità ulteriore.
Forse non sarà una dichiarazione clamorosa a cambiare il corso dell’inchiesta. Forse non sarà un documento appena scoperto. Forse la svolta potrà arrivare da qualcosa di molto più piccolo: una frase rimasta ai margini, una data fuori posto, un nome mai collegato, una traccia debole, una riga non letta davvero.
Ed è proprio lì, in quella riga apparentemente secondaria, che la tecnologia, l’intelligenza umana e la volontà istituzionale potrebbero finalmente incontrarsi. Perché dopo decenni di silenzi, depistaggi presunti, piste interrotte e dolore familiare, anche una sola connessione nuova può riaprire uno scenario. E, a volte, uno scenario nuovo è il primo passo verso una verità rimasta troppo a lungo prigioniera dell’ombra.


