Presentato in concorso alla Berlinale 2026, Dust segna il ritorno della regista fiamminga Anke Blondé dopo l’esordio con The Best of Dorien B. Il film è una coproduzione europea che guarda alla fine degli anni Novanta per raccontare il crepuscolo di un’illusione imprenditoriale e l’inizio di una resa dei conti morale. Con uno sguardo intimo e spietato, Blondé osserva il crollo di due pionieri della tecnologia sull’orlo dello scandalo, interrogandosi su identità, potere e responsabilità.

Nella primavera del 1999, Luc e Geert, soci in un impero costruito su società fittizie, apprendono che un’indagine internazionale sta per smascherarli. Dopo un ultimo incontro per mettere in salvo ciò che resta, i due si separano e affrontano le ore decisive prima dell’arresto. Luc si rifugia nella propria casa, intrappolato tra paranoia e rimorso, mentre Geert valuta se tradire il suo socio per salvarsi. Una tempesta e un’auto abbandonata rendono tangibile lo stallo morale di entrambi: la fuga si trasforma lentamente in un inevitabile confronto con le proprie colpe e con il legame che li unisce.

Più che un thriller finanziario, Dust è un ritratto della caduta di un modello di mascolinità legato all’euforia digitale. Blondé racconta la fine di un impero virtuale che diventa rovina personale, concentrandosi sulle crepe emotive dei protagonisti. Le interpretazioni di Jan Hammenecker e Arieh Worthalter restituiscono due uomini costretti ad affrontare fallimento, vergogna e consapevolezza.