Il Senato ha approvato la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati: i sì del centrodestra sono stati 106, i no di Pd, M5s e Avs 61, con 11 astensioni da parte di Iv e Azione. Il provvedimento andrà di nuovo alla Camera per poi passare al giudizio degli italiani con un referendum confermativo, previsto nella primavera 2026, che finirà per trasformarsi in un giudizio popolare sull'intero operato del governo Meloni. Il centrodestra parla di «passo decisivo», ma le opposizioni denunciano un attacco all'equilibrio democratico del Paese.
La riforma, promossa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, è un vecchio cavallo di battaglia del centrodestra berlusconiano. Tuttavia, sarà la premier Giorgia Meloni a pagarne le conseguenze politiche in caso di bocciatura al referendum. Una situazione che molti, anche nella stessa maggioranza, definiscono “paradossale”. Il senatore Gasparri l'ha detto chiaramente: il referendum sarà un momento decisivo non solo per la giustizia, ma per l'intera legislatura.
Nonostante la portata della riforma, in Aula solo tre esponenti dell'esecutivo erano presenti al voto: Nordio, il ministro Ciriani e il viceministro Sisto.
Il cuore della riforma è la separazione netta tra magistratura giudicante e requirente, con la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti. Ma c'è di più: il potere disciplinare sarà sottratto a entrambi e affidato a una nuova Alta Corte. Per le opposizioni, è un punto critico. Il rischio, secondo il Pd, il M5s e Avs, è che si apra la porta a un controllo politico sulla magistratura, indebolendo l'obbligatorietà dell'azione penale e mettendo fine alla separazione dei poteri.
L'ex ministro Dario Franceschini (Pd)ha parlato di "guerra civile istituzionale", denunciando che la riforma porta «in terreni ignoti». Alfredo Bazoli (Pd) ha espresso timore che i pm, staccati dalla cultura giurisdizionale, si trasformino in “superpoliziotti”.
Durante il voto, i senatori dem hanno mostrato il frontespizio della Costituzione capovolto, mentre quelli del M5s hanno esibito le foto di Falcone e Borsellino con la scritta: «Non nel loro nome». Un segnale chiaro della tensione istituzionale e dello scontro durissimo in atto tra maggioranza e opposizione.
Nel centrodestra l'entusiasmo è stato contenuto ma evidente. Forza Italia ha voluto celebrare la riforma come un'eredità diretta di Silvio Berlusconi. Pier Antonio Zanettin ha parlato dallo storico seggio del fondatore del partito, dicendo che «ci guarderà dal cielo e sorriderà ai suoi allievi». Anche Tajani e altri ministri azzurri sono giunti in Aula prima del voto, sottolineando la valenza simbolica del momento.
Ora le Camere dovranno approvare una seconda volta la riforma, senza modifiche, tra settembre e dicembre. Poi la parola passerà agli italiani. Il referendum, previsto per la primavera 2026, si profila come un redde rationem politico che sarà inevitabilmente un voto pro o contro l'esecutivo, proprio come avvenne nel 2016 con il referendum sulla riforma Boschi-Renzi.
Fratelli d'Italia cerca di blindare la riforma, difendendola pubblicamente. Ma anche nella maggioranza qualcuno avverte il rischio. Maria Stella Gelmini (Noi Moderati), pur favorevole, ha messo in guardia dal trasformare il referendum in un'arma contro la magistratura, alimentando una narrazione polarizzante che potrebbe ritorcersi contro chi oggi governa.
La riforma sulla separazione delle carriere, pur essendo solo uno dei tre pilastri del progetto costituzionale del centrodestra - forse l'unico realizzato visto che autonomia differenziata e premierato sembrano ormai destinati al dimenticatoio - diventa ora la prima vera prova elettorale sulla tenuta politica del governo Meloni. Un testo voluto da Forza Italia, gestito in modo freddo da Palazzo Chigi, ma che rischia di essere pagato a caro prezzo dalla presidente del Consiglio. Il conto arriverà nel 2026, con un referendum che somiglierà molto a un giudizio finale.


