L'ennesima menzogna di Giorgia Meloni un lapsus? No, strategia eversiva
Nell'intervista (in ginocchio da te) con cui ieri Giorgia Meloni si è fatta propaganda tramite SkyTg24, la premier - in un passaggio - ha detto:
"[Sergio Mattarella] non l'ho sentito in queste ore. Ho trovato le sue parole giuste. Credo sia giusto il richiamo al rispetto tra istituzioni, penso che sia giusto il passaggio in cui dice: è importante che una istituzione come il Csm si mantenga estranea dalle diatribe politiche".
Naturalmente, lo pseudo giornalista che le reggeva il microfono e le dava qualche input per aiutarla nel comizio, si è ben guardato dal dirle "MA CHE ... DICI?" e le ha permesso di promuovere l'ennesima menzogna come se fosse una verità!
Che cosa aveva detto Mattarella al CSM? L'esatto contrario:
"... Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare - particolarmente da parte delle altre istituzioni - nei confronti di questa istituzione.Istituzione non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario".
Per chi avesse difficoltà nell'interpretare l'italiano, Giorgia Meloni ha cercato di far credere che in un passaggio del suo discorso Mattarella abbia invitato il CSM a star fuori dalla campagna referendaria (diatribe politiche), mentre in realtà il CSM lo ha tirato in ballo il ministro della Giustizia del governo Meloni, Carlo Nordio, definendolo organismo para-mafioso e Mattarella è dovuto intervenire per ricordare che occorre nutrire e manifestare - particolarmente da parte delle altre istituzioni - rispetto nei confronti del Consiglio Superiore della Magistratura!
Un lapsus? No, si tratta della distorsione della realtà come tattica politica che i fascisti al governo usano abitualmente, se non sistematicamente, come dimostra la cronaca di questi giorni con i casi dei risarcimenti riconosciuti al migrante deportato in Albania alla chetichella e il riconoscimento dei danni a Sea-Watch per le mancanze "burocratiche" dell'allora ministro Salvini in relazione al fermo della nave della ong.
Negli ultimi anni è diventato sempre più chiaro che una parte significativa del discorso politico della destra fascista non si basa più sul confronto tra fatti e opinioni, ma su una strategia deliberata di deformazione della realtà per ottenere consenso e danneggiare gli avversari. Non si tratta più di esprimere un disaccordo netto su una legge o una politica fiscale, ma di trasformare pezzi di verità in narrazioni false, esagerate o ingannevoli che vengono ripetute all’infinito finché non si ritenga che siano permeate nella percezione dell'opinione pubblica.
La diffusione di disinformazione non è un effetto collaterale accidentale delle reti social: è una tattica sistemica legata soprattutto a partiti populisti di destra con ideologie fortemente esclusive e ostili alle istituzioni democratiche. Il fenomeno non si limita al "rumore di fondo" della comunicazione online: nei parlamenti di più paesi d’Europa, analisi di dati su milioni di messaggi mostrano che la propensione dei partiti radical-populisti di destra a diffondere informazioni false o altamente distorte è significativamente più alta di quella di altri schieramenti. Questo non è un imprevisto, ma una componente strutturale delle loro strategie comunicative.
La logica è semplice: costruire una narrazione alternativa in cui gli avversari sono sempre corrotti, inefficienti, incapaci o addirittura criminali, anche quando i fatti non lo supportano, serve a generare entusiasmo tra i propri sostenitori e sfiducia generale nelle istituzioni.
Il risultato è quello che vediamo quotidianamente: frammenti di dati reali vengono presi, privati del loro contesto e trasformati in storie clamorose che finiscono per "confermare" una verità completamente stravolta.
Il problema non è solo la menzogna in sé, ma l’effetto cumulativo: una volta che un messaggio falso o distorto si radica nei circuiti mediatici, la linea tra opinione e fatto si sfuma. Anche l’errore diventa “opinione” e l’opinione diventa verità pubblica nella mente di segmenti dell’elettorato.
Quando si alimentano costantemente dubbi sulle istituzioni, sulla stampa indipendente e sui dati oggettivi, non si sta semplicemente criticando: si sta erodendo il terreno stesso su cui poggia la democrazia. La ricaduta è che la gente inizia a pensare che nulla sia vero, che ogni fonte sia corrotta o parte di un complotto contro il proprio schieramento. È una spirale che porta alla sfiducia generalizzata nelle elezioni, nei media, nella scienza e persino nella realtà condivisa.
Siamo arrivati al punto in cui la disinformazione non è solo un problema dei social network, ma un elemento della strategia politica. Quando la narrativa dominante di un partito o movimento non è più costruita attorno a politiche concrete o risultati verificabili, ma su versioni manipolate della realtà, la democrazia non regredisce solo nella qualità del dibattito... è letteralmente in pericolo!