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È tempo di mandare in ‘pensione’ la Legge Fornero. Ecco cosa servirebbe davvero!

Diciamolo chiaramente: la legge Fornero è arrivata al capolinea. Dopo oltre dieci anni, quel sistema pensato per salvare i conti pubblici è diventato un macigno insopportabile sulle spalle di milioni di lavoratori italiani. Doveva garantire sostenibilità, ha prodotto precarietà. Doveva rendere il sistema più equo, ha reso la pensione un traguardo lontano e spesso irraggiungibile.

Oggi, in Italia, andare in pensione è un’impresa quasi impossibile. L’età pensionabile sfiora i 70 anni, le regole si fanno ogni anno più rigide e l’assegno previdenziale, dopo una vita di contributi, spesso non basta nemmeno a vivere con dignità. Non è giustizia sociale questa, è una beffa. E chi governa farebbe bene a ricordarlo, prima di proporre l’ennesima riforma di facciata.

Perché, diciamolo senza ipocrisie: le soluzioni sul tavolo non risolvono il problema.
La Quota 41 flessibile – con i suoi 41 anni di contributi richiesti e penalizzazioni del 2% per ogni anno di anticipo – non è altro che un miraggio. Chi, nell’Italia di oggi fatta di lavori precari e carriere discontinue, può vantare oltre quattro decenni di versamenti? E quale “flessibilità” è mai quella che punisce chi vuole lasciare il lavoro prima dei 67 anni?

Non va meglio con la Quota 89, che impone 64 anni d’età, 25 anni di contributi e un assegno pari ad almeno tre volte quello sociale, circa 1.600 euro. Quota 89, consentirebbe di integrare la pensione con rendite da fondi pensione o con il TFR per raggiungere la soglia delle 3 volte l’assegno sociale. Un obiettivo irraggiungibile per la maggior parte dei lavoratori italiani, schiacciati da stipendi bassi e TFR insufficienti. Tradotto: chi ha guadagnato poco per tutta la vita è escluso a priori dal diritto alla pensione. Altro che riforma, è una discriminazione legalizzata.

Se questo è il modo con cui si vuole “superare” la Fornero, allora stiamo solo cambiando il nome al problema. Non bastano piccoli aggiustamenti, serve una rivoluzione vera.

Bisogna riportare al centro la persona e la sua storia lavorativa. Serve una riforma che permetta di andare in pensione non oltre i 65 anni, con almeno 35 anni di contributi e senza penalizzazioni. Una riforma che restituisca flessibilità reale, lasciando ai lavoratori la libertà di scegliere quando smettere, e assegni che garantiscano un tenore di vita dignitoso, non elemosine.

È tempo di dire basta ai numeri e alle statistiche pensate nei palazzi per fregare i lavoratori. È ora di guardare in faccia la realtà: quella dei lavoratori più anziani costretti a lavorare fino a 70 anni e dei giovani che sanno già che, con queste regole, la pensione non la vedranno mai.

Lo Stato ha il dovere di riconoscere a chi lavora da una vita un diritto sacrosanto: quello di andare in pensione in tempi ragionevoli e con un assegno che permetta di vivere, non di sopravvivere. Tutto il resto – Quota 41, Quota 89 e simili – non sono soluzioni, ma pezze temporanee.

La verità è che l’Italia non ha bisogno di una Fornero 2.0. Ha bisogno di un nuovo patto sociale, più giusto e più umano tra Stato e cittadini. Un patto che dica finalmente addio alla logica dei sacrifici infiniti e restituisca ai lavoratori ciò che hanno guadagnato con anni di fatica: una pensione vera, dignitosa e giusta.

Autore Gregorio Scribano
Categoria Politica
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