Il Venezuela nel sangue, l’Italia nel cuore: la storia di Claudio Di Giammarco
Con “Caracas - Cuneo One Way”, Claudio Di Giammarco offre al lettore una testimonianza di coraggio e resilienza, mostrando come affrontare la paura di lasciare tutto possa trasformarsi in un percorso di crescita personale e libertà interiore.
Ciao Claudio, è un piacere averti qui con noi. Quanto ti ha aiutato la scrittura a trasformare la paura iniziale in energia positiva?
Mi ha aiutato perché per me scrivere è stato un confessionale: un modo per tirare fuori la verità senza giudizi
Nei momenti peggiori mi sono salvato restando operativo: mi concentravo su quello che potevo controllare, un problema alla volta. Quel ritmo mi teneva in piedi e trasformava l’ansia in energia concreta
Ci sono stati momenti in cui hai temuto di non farcela? Come li hai superati?
Sì. Ci sono state notti in cui mi chiedevo se avessi sbagliato tutto, sentendomi lontano da tutto quello che conoscevo.
Li ho superati a “giorni”: ripetendomi che ogni chilometro era futuro costruito e andando avanti comunque.
E più avanti, anche quando avevo il pensiero fisso “ce la farò a restare?”, ho tenuto duro lavorando e incanalando tutto in qualcosa di concreto.
La resilienza è un tema centrale del libro: come la descriveresti con le tue parole, partendo dalla tua esperienza?
Per me resilienza è questa: andare avanti un giorno alla volta, anche quando ti sembra di aver perso anni di vita, e costruire futuro “a pezzi”, senza magia.
È anche trasformare il dolore in disciplina: non negarlo, ma usarlo per restare operativo.
Quanto la comunità italiana ti ha supportato nel tuo percorso e nella tua integrazione?
In modo reale, soprattutto con le persone: quando ho vissuto cose pesanti, ho capito che in ufficio non erano solo colleghi, ma amici veri, capaci di abbracciarti senza parole.
E anche nella vita quotidiana: quando finalmente ho avuto un gruppo, ho sentito di avere una nuova famiglia, un motivo per restare.
Quale episodio del libro ti emoziona ancora di più quando lo rileggi?
Quando lo rileggo mi emozionano ancora di più le pagine su Giuliana: il nostro incontro, il percorso, e poi il matrimonio. Sono pagine che mi riportano subito a chi ero e a cosa mi ha salvato davvero: l’amore e la scelta di costruire.
Poi ci sono pagine che mi fanno ancora arrabbiare: il ritorno in Venezuela e vedere con i miei occhi come il comunismo di Chávez si era mangiato il Paese, distruggendo sogni, normalità e futuro per tanti di noi.
E mi emoziona sempre parlare delle mie radici: le mie tre mamme, mia nonna, mio padre, e soprattutto la nascita di mio figlio, a cui dedico il libro.
In fondo, mi fa piacere che chi lo legge mi dica che fa emozionare, arrabbiare, ridere e piangere anche nello stesso momento: era esattamente l’effetto che volevo.