Aumenta il debito pubblico. Altro che ‘conti in regola’!
Altro che conti pubblici in ordine, altro che rassicurazioni tecniche e formule ripetute nei palazzi della politica, i numeri parlano e raccontano una verità molto meno consolante perché alla fine del 2025 il debito delle amministrazioni pubbliche ha toccato i 3.095,5 miliardi di euro contro i 2.966,9 miliardi di fine 2024, quasi centotrenta miliardi in più in un solo anno secondo i dati ufficiali diffusi dalla Banca d’Italia, un aumento netto che non può essere nascosto dietro il dato mensile di dicembre leggermente inferiore a quello di novembre, perché ciò che conta è la fotografia annuale e quella fotografia mostra un Paese che continua ad accumulare debito nonostante anni di sacrifici chiesti sempre agli stessi!
E gli stessi hanno un volto preciso, sono i lavoratori dipendenti e i pensionati, quelli che non possono evadere, quelli che pagano alla fonte, il vero bancomat dello Stato, coloro ai quali è stato detto che bisognava stringere la cinghia per salvare i conti pubblici, che l’età pensionabile doveva salire fino a sfiorare i settant’anni, che le tasse erano necessarie, inevitabili, quasi morali, mentre gli stipendi restano tra i più bassi d’Europa e il potere d’acquisto scivola lentamente ma inesorabilmente verso il basso
Eppure le entrate tributarie nel 2025 sono aumentate superando i 614 miliardi di euro, più del 3 per cento rispetto all’anno precedente, segno che il prelievo fiscale continua a funzionare con efficienza quando si tratta di colpire redditi tracciabili, ma a fronte di maggiori incassi lo Stato ha pagato complessivamente oltre 845 miliardi, con una spesa corrente che da sola sfiora i 697 miliardi e investimenti in conto capitale per circa 148 miliardi, numeri che spiegano come il fabbisogno resti elevato e come il debito continui a salire alimentato non solo dalla spesa ma anche dagli effetti tecnici legati a emissioni, rivalutazioni e variazioni di cambio
C’è poi un altro elemento che merita attenzione perché la quota di debito detenuta dalla stessa Banca d’Italia è scesa dal 21,6 al 18,5 per cento, il che significa maggiore esposizione verso i mercati e dunque maggiore sensibilità ai tassi di interesse in una fase in cui il costo del denaro non è più quello ultra basso degli anni passati, mentre la vita media del debito resta intorno agli otto anni, un dato che rassicura gli addetti ai lavori ma che non cambia la sostanza politica della questione
La sostanza è che dopo anni di retorica sulla disciplina di bilancio, dopo riforme pensionistiche dolorose, dopo una pressione fiscale che non concede tregua ai contribuenti onesti, il macigno del debito non solo non si riduce ma cresce ancora, e allora la domanda diventa inevitabile perché se si incassa di più e si chiede di più ai cittadini il risultato non è un alleggerimento del peso complessivo, perché il problema non può essere sempre e soltanto chi paga ma come si spende, quanto è efficiente la macchina pubblica, quanta crescita reale si riesce a generare in un Paese che fatica a correre
Continuare a raccontare che i conti sono in regola mentre il debito aumenta significa ignorare una crepa evidente nel racconto ufficiale, perché i numeri della Banca d’Italia non sono opinioni ma certificazioni e quelle certificazioni dicono che il conto, ancora una volta, è salito e che senza una svolta strutturale sulla crescita e sulla qualità della spesa pubblica il rischio è di chiedere altri sacrifici senza cambiare davvero la traiettoria, lasciando ai cittadini la sensazione sempre più diffusa che si paghi molto e si ottenga troppo poco.