Politica

Con la destra al governo non è cambiato nulla nella nostra vita!

Dopo oltre tre anni di governo Meloni non è cambiato nulla nella vita degli italiani. Il bilancio per le famiglie italiane è impietoso: i principali “cavalli di battaglia” della destra, che avrebbero dovuto scuotere il Paese, sono rimasti chiusi nel recinto dell’immobilismo. Quella che doveva essere l’ennesima stagione del cambiamento, dopo i vari Berlusconi, Prodi, D’Alema, Letta, Renzi, Grillini e compagnia cantando, si è trasformata in una palude di riforme depotenziate e promesse tradite, lasciando la vita quotidiana degli italiani esattamente dov’era, se non in condizioni peggiori.

L’ambizione del presidenzialismo si è sgonfiata in un premierato dai contorni incerti, mentre la riforma della giustizia continua a ignorare il problema dei tempi biblici dei processi. Anche sul fronte previdenziale, il “superamento” della Legge Fornero si è rivelato un amaro paradosso: l’asticella dell’età pensionabile non è scesa, ma rischia di alzarsi fino ai 70 anni, trasformando il diritto alla pensione in un sogno proibito, un traguardo irraggiungibile.

Ma è nelle tasche degli italiani che la delusione si fa più concreta. Chi ricorda lo slogan sull’abolizione delle accise? Oggi, al distributore, i prezzi dei carburanti continuano a pesare come macigni, così come restano insostenibili le bollette di luce e gas. A fronte di un costo della vita che galoppa, il governo è rimasto a guardare: stipendi e pensioni restano al palo, incapaci di adeguarsi a un’inflazione che mangia il potere d’acquisto ogni mese di più.

Infine, la narrazione sulla sicurezza e sul controllo dei confini si scontra con i fatti. Nonostante il clamore mediatico per gli hotspot in Albania, il numero degli sbarchi e la gestione dell’accoglienza rimangono criticità aperte. Nelle nostre città, la promessa di una sicurezza diffusa si infrange contro una quotidianità fatta di stazioni degradate e periferie abbandonate, dove la “maggiore presenza delle forze dell’ordine” è rimasta uno spot elettorale.

In definitiva, dopo tre anni di governo, l’Italia si scopre immobile. Tra l’annuncio del cambiamento e la realtà dei fatti c’è di mezzo un oceano di ordinaria amministrazione, che non ha spostato di un millimetro il benessere dei cittadini.

Anzi, in molti ambiti – dai trasporti pubblici alla sanità, dalle infrastrutture alla burocrazia, dall’evasione fiscale alla giustizia, dalla scuola alla pubblica amministrazione, dalla povertà alla sicurezza – la situazione appare immutata o persino peggiorata, al punto da rendere difficile distinguere l’attuale esecutivo da quelli che lo hanno preceduto.
Insomma, Giorgia Meloni finisce per incarnare una continuità con l’immobilismo politico e culturale che caratterizza l’Italia da decenni. Chi aveva riposto aspettative in una svolta “di destra” ne è rimasto profondamente deluso e questa delusione alimenta ulteriormente l’astensionismo, già oltre il 50 per cento degli aventi diritto al voto. Sempre più cittadini, sfiduciati e disgustati, rinunciano a partecipare alle elezioni perché convinti che, comunque vada, chiunque vinca, nulla cambi davvero.

Meloni, con il suo governo, è la cartina di tornasole di una maggioranza di italiani che non crede più nella politica.

Il governo Meloni non ha apportato cambiamenti sostanziali nella vita degli italiani sul piano sociale, economico, culturale e politico, mantenendo una totale e disarmante continuità con il passato. La sua politica si riduce a gesti simbolici e simulazioni di cambiamento, a battute da avanspettacolo, mentre il panorama mediatico e culturale resta invariato.

Eppure il governo resiste e la Meloni addirittura tiene inspiegabilmente botta nei sondaggi. Ma la stabilità del governo deriva, non solo dall’assenza di avversari credibili di una opposizione che non ha alcuna controproposta da fare, ma da uno stile prudente e ossequioso dei poteri forti e dei potenti della terra, dalla mancanza di una classe dirigente capace di innovare. Nonostante la leadership abile di Meloni, nulla per i cittadini italiani è cambiato, e anche il peso internazionale dell’Italia rimane limitato e vincolato all’asse euro-atlantico. Parallelamente, cresce il disincanto politico tra gli italiani.

A rafforzare questa lettura non è certo un uomo della sinistra, ma l’analisi critica, tagliente e puntuale di Marcello Veneziani, intellettuale dichiaratamente di destra, che sulle pagine de La Verità arriva a conclusioni simili.


Di seguito pubblichiamo il suo articolo:
 Bilancio disincantato di fine anno. di Marcello Veneziani.Da quando è al governo la destra non è cambiato nulla nella nostra vita di italiani, di cittadini, di contribuenti e anche in quella di “intellettuali”, di “patrioti” e di uomini “di destra”. Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream. Non saprei indicare qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al paese: da qui è passata la destra – sovranista, nazionale, sociale, patriottica, popolare, conservatrice o che volete voi – e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo. Lo diciamo senza alcun piacere di dirlo, anzi avremmo più volentieri taciuto, occupandoci d’altro; lo scriviamo solo per non sottrarci, almeno a fine anno, a tentare un bilancio onesto, realistico e ragionato della situazione.Le campagne propagandistiche filogovernative e antigovernative raccontano trionfi e catastrofi che non ci sono, sceneggiano paradisi o inferni inverosimili: prevale il purgatorio della routine, dove ciò che va in scena è apparenza, mossa, replica, gioco delle parti e simulazione di cambiamento. Mediocritas, plumbea o aurea, senza tracolli. Nulla di significativo e di sostanziale è cambiato nella vita di ogni giorno, negli assetti del paese, nella politica estera ma anche sul piano delle idee, della cultura e degli orientamenti pubblici e perfino televisivi, eccetto l’inchino al governo; tutto è rimasto come prima, salvo le naturali, fisiologiche evoluzioni e involuzioni. E in Rai? Ancora Vespa, Benigni e Sanremo, per dirla in breve. Niente di nuovo, da nessuna parte.Solo vaghi annunci, tanta fuffa, piccole affermazioni simboliche, del tipo “l’oro è del popolo italiano”, un po’ di retorica comiziale e qualche ipocrisia. Le uniche vere novità provengono dall’intelligenza artificiale, non dalle intelligenze politiche. Non è emerso alcun astro nascente, nessuna nuova promessa in ambito politico, mediatico, culturale o nella pubblica amministrazione. C’è lei, solo lei, il resto è contorno e comparse.Chi assegna ancora qualche valore alle appartenenze politiche deve abituarsi a considerarle esattamente come le passioni sportive: puoi tifare per una squadra come per un partito, per un tennista come per un leader, ma sai che se vince o se perde non cambia nulla nella realtà, nella tua vita e in quella pubblica.Non siamo delusi da questa assenza di svolta perché non ci eravamo mai illusi; sin da prima delle elezioni e poi quando s’insediò al governo la Meloni avvertimmo che non sarebbe cambiato nulla di sostanziale, nessuna svolta a destra era all’orizzonte né avrebbe mai potuto esserci; per andare al governo e per restarvi, la Meloni avrebbe seguito alcune linee obbligate e rinunciato ad altre battaglie politiche annunciate quando era all’opposizione, magari lasciandole balenare ancora solo nei comizi. Insomma avrebbe seguito e rispettato gli assetti interni e internazionali e le direttive, si sarebbe attenuta alla linea Draghi, e nei comportamenti avrebbe adottato uno stile mimetico di tipo democristiano. Così è stato. Per mantenere il consenso ha giocato di rimessa, puntando sugli errori e le intolleranze della sinistra che creano ondate di rigetto e di solidarietà con chi ne è vittima. Del resto non c’era nemmeno una classe dirigente adeguata alla sfida e in grado di poter cambiare veramente il corso delle cose. Ma anche chi oggi la contesta dall’opposizione non avrebbe fatto diversamente se fosse stato al governo, si sarebbe attenuto alle direttive dominanti, avrebbe seguito le stesse linee di fondo.La Meloni ha governato con abilità, astuzia, prudenza e con una mimica verace e una verve passionale che suscitano simpatia. Si è affermata a livello interno e internazionale, aiutata dall’assenza di competitori adeguati all’opposizione e di alleati che potessero insidiare la sua leadership, e favorita all’esterno dal vuoto di leader europei, con capi di governo meno forti e meno popolari di lei. L’unica vera novità politica deriva da un riflesso d’oltreoceano: l’elezione di Donald Trump nel bene e nel male ha ridisegnato il campo e gli scenari. A livello internazionale, quell’elezione ha aumentato il peso della Meloni, come sponda europea dell’Atlantico, e lei si è barcamenata a livello internazionale tra le due linee. Ma il peso dell’Italia resta relativo e permane la doppia dipendenza euroatlantica. Il margine di autonomia è tutto nel sapersi destreggiare tra le due sponde. Una sola raccomandazione: si tenga almeno lontana dallo scellerato eurobellicismo.Per la Meloni è una situazione favorevole che non ha precedenti, che le garantisce la navigazione fino a conclusione della legislatura, durata e stabilità, salvo inciampi e imboscate; prima di lei i cicli politici non sono durati più di tre anni (Renzi, Conte, Draghi più altre più brevi meteore). La Meloni, pur con qualche logoramento di fiducia, che si inquadra nel più generale scollamento tra la politica e la gente, sembra destinata a durare, almeno fino alla fine del suo mandato. Mezza Italia non va a votare ma in quell’altra metà la Meloni con la sua coalizione riesce a prevalere. Tre quarti del popolo italiano, dice il Censis, non crede più alla politica. È nato un nuovo populismo antipolitico. È questo l’ultimo stadio del populismo, quello di chi diffida ormai della politica e se ne tiene alla larga. Ma questo malumore generale vive nella sua dimensione privata e individuale, senza sbocchi politici. La politica tramonta, come è tramontata la religione, e pure l’amor patrio e ogni altra appartenenza significativa; il nuovo populismo antipolitico si fa virale ma molecolare, miscredente e autoreferenziale. Tutti lasciano la piazza, ognuno se ne va per conto suo.Non crediamo, come taluni sostengono, che la Meloni, appena varcata la soglia dei 50 anni, età minima per candidarsi, abbia in mente di puntare al Quirinale dopo il lungo regno di Mattarella; sarebbe un salto prematuro, quasi un prepensionamento precoce, che avrebbe senso solo con una riforma presidenzialista: ma non è alle viste, mentre l’ipotesi di rafforzare il premierato è concreta, trova consensi trasversali e conferma che il progetto meloniano sia quello di restare ancora a Palazzo Chigi, con maggiori poteri. Peraltro non è mai accaduto che un vero leader politico in Italia sia diventato Capo dello Stato: nessuno nella decina di leader e premier forti che abbiamo avuto nella nostra storia repubblicana è mai diventato presidente della repubblica.Con questa analisi disincantata sappiamo di scontentare sia i lettori che sostengono con entusiasmo o quantomeno con fedeltà di schieramento la Meloni e il suo governo; sia quanti, viceversa, trovano troppo indulgenti e benevoli i nostri giudizi sul governo Meloni che ai loro occhi avrebbe invece tradito gli italiani e le sue promesse. Questo dissenso bilaterale tra i lettori ci spinge ancor più a parlare sempre meno di politica e di governo; ma riteniamo che sia nostro primo dovere, una tantum, dire ciò che ai nostri occhi ci sembra essere la verità della situazione. Possiamo sbagliarci, naturalmente, ma ci rifiutiamo di fingere e di ingannare. Se poi ad altri fa piacere credere alle fiabe, fatti loro.

Fonte: www.marcelloveneziani.com

Autore Gregorio Scribano
Categoria Politica
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