Esteri

Hormuz, l'Occidente accusa Teheran. Ma perché nessuno chiede lo stop anche a Washington e Tel Aviv?

Cinque Paesi europei – Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi – insieme al Giappone si dicono pronti a intervenire per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Nella dichiarazione congiunta diffusa da Londra, i sei governi condannano duramente le azioni dell'Iran: attacchi a navi mercantili, infrastrutture energetiche e la chiusura di fatto di uno dei passaggi strategici più importanti del mondo.

Una presa di posizione netta, che però solleva una domanda tanto semplice quanto scomoda: perché l'appello a fermare l'escalation viene rivolto esclusivamente a Teheran?

Nel documento, infatti, si chiede all'Iran di “cessare immediatamente le minacce” e di conformarsi alle risoluzioni ONU. Nessuna parola, invece, sulle responsabilità degli Stati Uniti e di Israele nell'apertura e nell'allargamento del conflitto. Eppure è proprio l'attacco al cuore energetico iraniano – il gigantesco giacimento di South Pars – ad aver segnato una svolta decisiva, trasformando una crisi regionale in uno scontro ad alto rischio globale.

Il punto è cruciale: l'Iran non è il Paese che ha dato inizio alle ostilità. Le sue azioni, per quanto aggressive e pericolose, si inseriscono in una dinamica di risposta a un attacco diretto. Ignorare questo elemento significa adottare una lettura parziale – e quindi politica – del conflitto.

L'impressione è quella di un doppio standard ormai consolidato. Da un lato si chiede a Teheran di fermarsi, dall'altro si evita accuratamente di esercitare la stessa pressione su Washington e soprattutto su Israele, il cui ruolo nella destabilizzazione dell'area è sempre più centrale.

Il governo di Benjamin Netanyahu, stretto tra esigenze di sicurezza e calcoli politici interni, ha tutto l'interesse a mantenere alta la tensione. Una guerra prolungata rafforza la narrativa dell'emergenza permanente, consolida il consenso interno e consente di proseguire una strategia territoriale che negli anni ha già prodotto conseguenze evidenti nei confronti dei palestinesi e nei rapporti con i Paesi vicini.

La storia, del resto, pesa. Le tensioni tra Israele e i Paesi arabi non nascono oggi e affondano le radici in decenni di conflitti, occupazioni e interventi militari giustificati, di volta in volta, con la necessità di garantire la sicurezza dello Stato ebraico. Un concetto che, nel tempo, ha spesso coinciso con l'espansione dell'influenza e del controllo territoriale.

In questo quadro, la scelta europea appare quanto meno miope. Impegnarsi per la sicurezza dello Stretto di Hormuz è legittimo: da lì passa una quota enorme del commercio energetico mondiale. Ma limitarsi a condannare una sola parte del conflitto rischia di trasformare un'iniziativa diplomatica in un atto di schieramento politico.

Se davvero l'obiettivo è la de-escalation, la domanda da porsi è un'altra: perché non chiedere con la stessa forza a tutti gli attori coinvolti – Stati Uniti e Israele compresi – di fermare le operazioni militari?

Senza una pressione equilibrata, il rischio è evidente: la crisi del Golfo non si fermerà allo Stretto di Hormuz, ma continuerà ad allargarsi, trascinando con sé mercati, economie e sicurezza globale.

E a quel punto, le dichiarazioni congiunte serviranno a ben poco.

Autore Giuseppe Ballerini
Categoria Esteri
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