Mentre a Bari Giorgia Meloni trasformava il record di durata del suo esecutivo in una grande celebrazione politica, a Reggio Emilia andava in scena un confronto decisamente meno spettacolare ma probabilmente assai più vicino ai problemi reali dell'economia italiana. Da una parte il racconto trionfalistico della stabilità di governo, dall'altra Cgil e Confindustria sedute allo stesso tavolo per discutere di salari, rappresentanza, competitività, energia e futuro dell'industria.

Il contrasto è evidente. A Bari la presidente del Consiglio ha rivendicato i 1.413 giorni di permanenza a Palazzo Chigi, che hanno reso il suo esecutivo il più longevo della storia repubblicana. Meloni ha definito la stabilità una delle principali conquiste del governo, pur riconoscendo lei stessa che «il governo più stabile non è per forza anche il più capace». 

È proprio da questa distinzione che dovrebbe partire qualsiasi bilancio: durare a lungo non significa necessariamente aver risolto i problemi del Paese. Il record cronologico può essere un successo politico della maggioranza, ma dice poco, da solo, sull'andamento dei salari, sulla produttività, sulla sanità, sulla competitività industriale o sul potere d'acquisto delle famiglie. Anche le analisi internazionali che riconoscono al governo una maggiore stabilità finanziaria sottolineano la persistenza di crescita debole, problemi strutturali e riforme rimaste incomplete.

Cgil e Confindustria lavorano a un'intesa
A Reggio Emilia, alla Festa nazionale dell'Unità, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini hanno invece mostrato che, al di là delle profonde differenze che separano sindacato e imprese, esistono terreni sui quali il confronto è già molto avanzato.

Landini ha annunciato l'obiettivo di arrivare «in tempi molto rapidi, entro settembre o ottobre» a un accordo con Confindustria sulla rappresentanza. Orsini ha confermato che il lavoro comune sul tema procede già da circa due anni. 

Non si tratta di un dettaglio. Stabilire regole condivise sulla rappresentanza sindacale significa affrontare uno dei nodi storici delle relazioni industriali italiane: capire chi rappresenta realmente lavoratori e imprese, contrastare i contratti sottoscritti da organizzazioni scarsamente rappresentative e rendere più solido il sistema della contrattazione collettiva.

Orsini ha allargato il discorso alla crescita e ai salari, ricordando che, secondo i dati citati dal presidente di Confindustria, il 94% dei contratti del sistema confindustriale risulta rinnovato o non ancora scaduto e che, a parità di mansione, l'industria garantirebbe retribuzioni superiori del 30-34% rispetto all'artigianato o ad altri comparti. Lo stesso Orsini ha comunque riconosciuto che «sul fronte salariale si può fare sempre meglio». 

Sul caro energia la distanza quasi scompare
Ancora più significativo è stato il terreno comune trovato sul costo dell'energia.

Landini e Orsini concordano su un punto essenziale: l'Italia paga un prezzo energetico che mette in difficoltà sia le imprese sia i lavoratori.

Per Orsini il costo è diventato «insostenibile». Durante il confronto ha citato un prezzo di 240 euro per megawattora per l'Italia contro 60 euro per la Spagna, chiedendosi come possa in queste condizioni il sistema produttivo italiano competere con quello degli altri Paesi. 

Al di là della fotografia riferita dal presidente di Confindustria, il tema è ormai strutturale. Settori energivori come ceramica, vetro, chimica, siderurgia e carta soffrono particolarmente il divario con altri sistemi industriali. Proprio a Reggio Emilia Orsini ha richiamato anche il caso della ceramica emiliana, evidenziando i rischi prodotti dal costo del gas e delle quote di emissione. (Il Resto del Carlino)

La richiesta che emerge dal mondo produttivo è quindi tutt'altro che astratta: accelerare sulle rinnovabili, ridurre i tempi autorizzativi e costruire una politica energetica capace di abbassare stabilmente i costi.

«Se riuscissimo a mettere a terra solo l'energia rinnovabile sarebbe già utile», ha osservato Orsini, criticando i ritardi di alcune Regioni e le difficoltà incontrate con amministrazioni locali nell'autorizzazione degli impianti. 

Landini: cambiare il modello fondato su petrolio e gas
Landini ha spinto il ragionamento ancora più avanti, collegando la crisi energetica alle tensioni geopolitiche e alla dipendenza internazionale dalle fonti fossili.

Secondo il leader della Cgil, le conseguenze economiche della guerra tra Stati Uniti e Iran hanno dimostrato quanto petrolio e gas continuino a determinare i rapporti di forza globali. Nel suo intervento ha sostenuto che il controllo dello Stretto di Hormuz e delle rotte petrolifere è diventato parte della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. (collettiva.it)

Per questo, secondo Landini, la transizione energetica non può consistere semplicemente nell'importare pannelli solari o batterie dall'estero. L'obiettivo dovrebbe essere costruire in Italia e in Europa vere filiere industriali delle rinnovabili, facendo dell'energia pulita una componente della politica manifatturiera e non soltanto della politica ambientale. Una posizione che, almeno su questo punto, avvicina significativamente sindacato e industria.

Le divergenze rimangono, naturalmente. Confindustria sostiene anche la sperimentazione del nucleare di nuova generazione, mentre Landini mantiene forti riserve soprattutto sui tempi necessari per rendere disponibili tecnologie realmente mature e sulla gestione delle scorie.

Due immagini molto diverse del Paese
Ed è forse questo il dato politico più interessante delle due giornate. A Bari il governo ha celebrato se stesso. A Reggio Emilia due organizzazioni che storicamente rappresentano interessi differenti, e spesso contrapposti, hanno provato a individuare problemi comuni e possibili soluzioni.

Cgil e Confindustria non sono improvvisamente diventate alleate. Su salari, contratti, pensioni, welfare, fisco e politica industriale le distanze rimangono enormi. Ma Landini e Orsini hanno riconosciuto che un Paese con salari deboli, energia costosa, industria sotto pressione e investimenti insufficienti non può permettersi di trasformare ogni questione economica in uno scontro ideologico permanente.

Persino il presidente di Confindustria, che durante il confronto ha espresso un giudizio positivo sulla stabilità dell'esecutivo Meloni, ha contemporaneamente indicato problemi che quella stessa stabilità non è ancora riuscita a risolvere: il costo dell'energia, la competitività e la necessità di far ripartire la crescita. 

Landini ha aggiunto un'altra questione destinata a dividere profondamente il dibattito politico: la spesa militare. Per il leader della Cgil destinare 24 miliardi al riarmo rappresenta una scelta sbagliata; la sua proposta è invece quella di immaginare una risposta europea agli investimenti industriali e sociali sul modello dell'intervento comune realizzato durante la pandemia. (collettiva.it)

Il punto, però, va oltre le singole ricette.

La longevità di un governo è un dato. I risultati sono un'altra cosa.

Restare a Palazzo Chigi per 1.413 giorni dimostra certamente capacità di tenere insieme una maggioranza. Ma il problema degli italiani non è sapere quanto a lungo durerà un esecutivo: è capire se alla fine di quei 1.413 giorni l'energia costa meno, gli stipendi valgono di più, le imprese riescono a competere e i servizi pubblici funzionano meglio.

Ed è singolare che, mentre la politica celebra il record della propria durata, siano proprio sindacato e imprese — teoricamente collocati sui lati opposti della barricata — a ricordare quanto lavoro resti ancora da fare.