A poco più di due settimane dalle elezioni parlamentari del 12 aprile, l’Ungheria si ritrova travolta da accuse pesantissime: un sistema diffuso di intimidazione degli elettori, fatto di denaro, pressioni sociali e perfino droga, finalizzato a garantire voti al partito di governo.

Al centro della bufera c’è il documentario “Il Prezzo del Voto” (A szavazat ára), presentato a Budapest e diffuso anche su YouTube, frutto di sei mesi di indagini condotte da registi e reporter indipendenti. Il film descrive un meccanismo radicato soprattutto nelle aree rurali e nei piccoli centri, dove il controllo sociale sarebbe più forte e la popolazione più vulnerabile.

Secondo le testimonianze raccolte, fino a 600.000 elettori in 53 collegi su 106 sarebbero coinvolti in pratiche di condizionamento del voto. Un numero che potrebbe incidere fino al 10% dell’affluenza prevista.

Il quadro che emerge è quello di una “democrazia della dipendenza”: nei villaggi più poveri – spesso abitati dalla minoranza rom – i sindaci e le autorità locali controllerebbero aspetti fondamentali della vita quotidiana, come lavoro, trasporti, legna da ardere e perfino accesso alle cure mediche.

In cambio, secondo le accuse, verrebbe richiesto un voto “corretto” a favore del partito di governo Fidesz, guidato da Viktor Orbán.

Le testimonianze parlano di pagamenti tra 50.000 e 60.000 fiorini (circa 110-130 euro) per singolo voto: una cifra significativa in contesti dove i sussidi familiari mensili sono molto più bassi.

Ma non si tratterebbe solo di compravendita elettorale. Il documentario denuncia anche: trasporto organizzato degli elettori ai seggi, schede fotografate per dimostrare il voto, voto assistito manipolato, “chain voting” (voto a catena).

In alcuni casi, le pressioni sarebbero esplicite: un candidato locale racconta di aver ritirato la propria candidatura dopo minacce dei servizi sociali, mentre in un villaggio i pazienti temerebbero di perdere le prescrizioni mediche se non votano per Fidesz.

Tra le rivelazioni più scioccanti c’è l’uso di una droga sintetica a basso costo, nota come “crack” o “smoky”, per comprare consenso nelle comunità più fragili.

Una dose costa poco più di 3 euro, ed è diffusa nelle aree più povere. Secondo il documentario, anche questa verrebbe utilizzata come leva di pressione elettorale.

Un’accusa particolarmente grave in un Paese che, sotto il governo Orbán, ha adottato alcune delle leggi più severe d’Europa contro le droghe.

Il governo ungherese, per ora, non ha risposto nel dettaglio alle accuse. L’unica dichiarazione è arrivata dal ministro Tibor Navracsics, che ha invitato a lasciare lavorare le autorità competenti in caso di irregolarità, evitando però commenti specifici.

Eppure, nel documentario risuona un discorso dello stesso Orbán rivolto ai sindaci: “Queste elezioni dovete vincerle voi. Se vi impegnate, vinceremo”.

Una frase che, nel film, viene accostata alle testimonianze raccolte in tutto il Paese, alimentando il sospetto di una strategia coordinata.

Dopo 16 anni di potere quasi incontrastato, Fidesz appare oggi in difficoltà. I sondaggi più recenti indicano il partito dietro alla formazione di opposizione Tisza guidata da Péter Magyar, con distacchi anche significativi secondo alcune rilevazioni.

Ma il clima politico è ormai altamente polarizzato e carico di tensioni internazionali.

Il governo denuncia interferenze straniere da parte dell’Unione Europea e dell’Ucraina, mentre opposizione e media indipendenti parlano di possibili legami con la Russia di Vladimir Putin.

Il documentario non offre prove giudiziarie definitive, ma solleva interrogativi profondi sulla qualità della democrazia ungherese.

Come sottolineano gli autori, il problema non sarebbe solo la compravendita di voti, ma un sistema più ampio fondato su povertà, ricatto e vulnerabilità sociale.

Il risultato è una campagna elettorale che si gioca non solo sui programmi politici, ma sulla tenuta stessa delle regole democratiche.

E il 12 aprile, più che una semplice elezione, potrebbe trasformarsi in un test cruciale per il futuro politico dell’Ungheria.



Fonte: BBC News