Politica

Caccia selvaggia, il governo degli irresponsabili sfida scienza, Europa e Costituzione: la riforma che vuole distruggere la biodiversità italiana


Dal mondo scientifico all'ENPA, dal WWF alle associazioni ambientaliste: cresce la protesta contro il DDL 1552. Nel mirino una riforma che amplia la caccia, riduce il peso della scienza e potrebbe esporre l'Italia a nuove procedure d'infrazione europee.

 C'è un momento in cui una legge smette di essere una semplice scelta politica e diventa un test sulla capacità di un governo di distinguere tra interesse generale e pressione di specifiche lobby. Il disegno di legge AS 1552 sulla caccia, ribattezzato dalle associazioni ambientaliste e animaliste "Caccia Selvaggia", sembra appartenere a questa seconda categoria.

Mentre l'Italia affronta una crisi della biodiversità sempre più evidente, mentre gli ecosistemi sono sotto pressione per effetto dei cambiamenti climatici, mentre la stessa Costituzione è stata aggiornata nel 2022 per inserire tra i principi fondamentali la tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, il governo sceglie di procedere nella direzione opposta: più spazio ai fucili, meno peso alla scienza.

È questa la denuncia che arriva in queste ore non soltanto dalle associazioni animaliste e ambientaliste, ma anche da una parte autorevole del mondo scientifico italiano. Dieci organizzazioni scientifiche nazionali hanno infatti firmato una lettera indirizzata alle più alte cariche dello Stato per chiedere di fermare una riforma considerata un grave passo indietro rispetto ai livelli di tutela costruiti negli ultimi trent'anni.

L'allarme è pesante perché non arriva da militanti ideologici o da gruppi di protesta, ma da studiosi, zoologi, biologi, etologi, ornitologi e specialisti della conservazione della natura che vedono nel provvedimento un pericoloso smantellamento dell'impianto della legge 157 del 1992.

Secondo ENPA, il DDL introduce una serie di modifiche che rischiano di incidere direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini. Tra le disposizioni più contestate figurano l'estensione delle aree interessate dall'attività venatoria, con la possibilità di esercitare la caccia anche in contesti particolarmente frequentati dalla popolazione, il rafforzamento dei poteri regionali nella definizione dei calendari venatori, il ridimensionamento del ruolo dell'ISPRA e la riapertura alla cattura di uccelli destinati a essere utilizzati come richiami vivi.

Una pratica che molte associazioni definiscono crudele, anacronistica e incompatibile con la sensibilità contemporanea verso il benessere animale.

Ma il punto più inquietante riguarda il metodo politico che emerge dal provvedimento. Invece di rafforzare il ruolo degli organismi tecnico-scientifici, il governo sembra volerli aggirare o depotenziare. In altre parole, laddove la scienza pone limiti e raccomanda prudenza, la politica sceglie di allentare i vincoli.

È una scelta che appare ancora più incomprensibile alla luce dei numeri forniti dagli stessi organismi scientifici. In Italia il 28% delle specie di vertebrati valutate è considerato a rischio di estinzione. Tra gli uccelli nidificanti, la quota delle specie minacciate raggiunge il 26%. Eppure, secondo le stime ufficiali ISPRA relative alle stagioni comprese tra il 2017/2018 e il 2022/2023, il prelievo venatorio supera i 32 milioni di uccelli appartenenti alle specie cacciabili.

Di fronte a dati di questo tipo, sarebbe logico aspettarsi una politica orientata alla cautela, al monitoraggio e alla conservazione. Invece il governo vuole imboccare una strada diametralmente opposta.

La comunità scientifica denuncia inoltre possibili incompatibilità con le direttive europee "Uccelli" e "Habitat", due pilastri della normativa ambientale comunitaria. Se tali rilievi dovessero trovare conferma, l'Italia potrebbe ritrovarsi ancora una volta sotto procedura d'infrazione, con il rischio di pesanti sanzioni economiche che finirebbero per essere pagate da tutti i contribuenti.

Una prospettiva paradossale: mentre si chiedono sacrifici ai cittadini per rispettare i vincoli europei di bilancio, si rischia di aprire la porta a nuove multe europee per soddisfare richieste che riguardano un settore estremamente limitato della popolazione.


Anche il WWF denuncia apertamente di un "arretramento di oltre trent'anni" del sistema di tutela della fauna selvatica
. E non si tratta di una formula retorica. Tra i punti contestati figurano l'estensione dei periodi di caccia oltre i limiti consentiti dall'Europa, l'aumento delle specie cacciabili, la possibilità di ridurre le aree protette considerate "eccessive", la deregolamentazione dei richiami vivi e l'estensione dell'attività venatoria nelle aree demaniali.

In sostanza, una filosofia legislativa che considera la tutela della natura un ostacolo da rimuovere anziché un patrimonio da difendere.

Non è un caso che le critiche arrivino da fronti molto diversi tra loro. Associazioni ambientaliste, animaliste, ricercatori universitari, società scientifiche e organismi internazionali convergono tutti sul medesimo punto: il DDL 1552 rischia di indebolire significativamente la protezione della fauna selvatica italiana.

Il governo Meloni si trova quindi davanti a una scelta politica chiara. Può ascoltare la comunità scientifica, rispettare lo spirito della Costituzione e mantenere l'Italia dentro il perimetro delle regole europee. Oppure può proseguire su una strada che appare sempre più come una concessione ideologica al mondo venatorio, ignorando gli allarmi di chi studia da decenni gli ecosistemi italiani.

Perché la vera domanda, alla fine, è semplice: in un Paese che perde biodiversità, che vede aumentare le specie minacciate e che ha appena inserito la tutela dell'ambiente tra i propri valori costituzionali fondamentali, quale interesse pubblico viene realmente perseguito da una legge che rende più facile sparare e più difficile proteggere?

È una domanda alla quale il governo, prima ancora dei senatori chiamati a votare, dovrebbe avere il dovere di rispondere. Con argomenti. Non con i fucili.

E a questo punto sorge inevitabilmente una domanda politica, prima ancora che ambientale.

Come si possa pensare, nel 2026, con una crisi della biodiversità certificata dagli scienziati, con il cambiamento climatico che altera ecosistemi e habitat, con il 28% dei vertebrati italiani a rischio e con la Costituzione che impone la tutela dell'ambiente come principio fondamentale della Repubblica, che la priorità del legislatore debba essere quella di ampliare gli spazi della caccia e ridurre il peso delle valutazioni scientifiche?

Viene spontaneo chiedersi quale sia il livello di consapevolezza, la qualità etica e morale di chi promuove norme di questo tipo. Possibile che non comprenda la portata delle conseguenze? Possibile che non legga i dati, non ascolti gli esperti, non tenga conto dei richiami provenienti dall'Europa e dalla comunità scientifica?

Oppure il problema è un altro: i rischi sono perfettamente noti, ma vengono considerati un prezzo accettabile pur di soddisfare interessi particolari e raccogliere consenso presso specifiche categorie di elettori?

Sono interrogativi scomodi, ma inevitabili. Perché delle due l'una: o chi sostiene questa riforma non riesce a comprendere la gravità dell'impatto che potrebbe avere sul patrimonio naturale italiano, e allora emerge un problema di competenza; oppure la comprende benissimo e decide comunque di procedere, e allora emerge un problema politico e morale ancora più serio.

In entrambi i casi il risultato non cambia. A pagare il prezzo delle scelte di oggi potrebbero essere la fauna selvatica, gli ecosistemi, la credibilità internazionale dell'Italia e le generazioni future. E quando perfino gli scienziati, oltre agli ambientalisti, arrivano a lanciare un allarme così netto, continuare a fare finta di niente non è più una semplice scelta politica ma un atto di irresponsabilità verso il Paese.

Autore Sandro Alioto
Categoria Politica
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