Armi autonome, l’ONU lancia l’allarme: fermare i killer robots entro il 2026
L’integrazione tra intelligenza artificiale e sistemi d’arma sta ridefinendo non solo il modo di combattere, ma anche il significato stesso di controllo umano sulla violenza organizzata, e questa trasformazione non è più una prospettiva futura bensì una realtà già operativa, come dimostrano le informazioni relative al confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran nel Golfo di Oman.
Infatti, parallelamente, cresce la preoccupazione a livello istituzionale internazionale, con l’Organizzazione delle Nazioni Unite che attraverso il suo Segretario Generale ha ribadito l’urgenza di un intervento normativo globale per limitare o regolamentare i cosiddetti “killer robots”, ovvero sistemi d’arma autonomi in grado di selezionare e ingaggiare bersagli senza intervento umano diretto.
Nella sostanza, l'ONU chiede un trattato internazionale entro il 2026 che possa definire confini chiari tra uso legittimo della tecnologia e delega inaccettabile di decisioni letali a macchine.
“Macchine con il potere di uccidere senza controllo umano sono politicamente inaccettabili, moralmente ripugnanti e devono essere vietate.” (Segretario Generale ONU António Guterres)
Oltre 120 paesi sostengono la Risoluzione 80/57 del 1° dicembre 2025 per negoziare un trattato che proibisca e regolamenti i sistemi d'arma autonomi. Hanno votato contro USA, UK, Israele, Russia, Giappone, India, Australia, Polonia, le due Coree e altri stati minori. Non hanno ancora aderito Canada, Francia, Ucraina, Iran. A favore, tutti gli altri tra cui Cina, Germania, Italia, Brasile, Egitto eccetera.
“Dobbiamo preservare il controllo umano… le macchine non devono decidere chi vive e chi muore.” (Comitato Internazionale della Croce Rossa)
Intanto, gli stessi belligeranti segnalano impieghi sempre più sofisticati di sistemi senza pilota, tra cui sciami di droni capaci di coordinarsi autonomamente e unità navali di superficie senza equipaggio, note come USV, equipaggiate con cariche esplosive.
Tutti dispositivi progettati per operare con un livello di indipendenza decisionale elevato, riducendo progressivamente il ruolo diretto dell’essere umano nelle fasi più critiche dell’azione militare.
Una dinamica che solleva interrogativi profondi perché implica che algoritmi possano arrivare a determinare in modo autonomo quando e come colpire un obiettivo, introducendo una distanza tecnologica tra decisione e conseguenza che rischia di abbassare la soglia psicologica e politica dell’uso della forza, rendendo potenzialmente più facile e frequente il ricorso a operazioni offensive.
La competizione tecnologica nell'ambito dei dispositivi militari autonomi è ormai parte integrante della strategia difensiva e offensiva degli Stati, e che chi non sviluppa queste capacità rischia di trovarsi rapidamente in una posizione di svantaggio, alimentando una corsa agli armamenti di nuova generazione che non riguarda più soltanto la potenza distruttiva ma anche la velocità decisionale, la capacità di adattamento e l’autonomia operativa delle macchine.
Le principali potenze militari stanno investendo in modo massiccio nello sviluppo di queste tecnologie, come dimostra anche il teatro europeo della guerra in Ucraina, dove la cooperazione tra Regno Unito e Kiev punta alla creazione di droni avanzati potenziati dall’intelligenza artificiale e alla nascita di un centro di eccellenza dedicato proprio all’AI militare.
Senza un trattato - o almeno una Direttiva ONU - sui "killer robots" l'ambiguità attuale rischia di creare zone grigie pericolose nel diritto internazionale, con il rischio di rendere i killer robots progressivamente più accessibili anche a attori non statali, che possono replicarli o adattarli per usi meno regolati o criminali.
La comunità internazionale si trova davanti a una scelta cruciale tra governare questa trasformazione con regole condivise o subirne le conseguenze in un sistema internazionale sempre più tecnologicamente imprevedibile.
E non c'è nulla di buono da attendersi se all'appello ONU non hanno aderito persino Francia, Regno Unito e Giappone, nazioni democratiche vessate dal militarismo e dalla distruzione neanche un secolo fa.