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La nuova Juventus di Carnevali e Spalletti

Oggi il calcio italiano si ritrova a fare i conti con un doppio vuoto: da una parte la Nazionale, assente per la terza edizione consecutiva dal palcoscenico più importante, quello dei campionati del mondo, dall’altra un campionato italiano che fatica a ritrovare una sua leadership credibile anche dentro i confini nazionali ed europei.

In questo scenario, il simbolo più ingombrante di questa transizione incompiuta resta inevitabilmente la Juventus, che negli ultimi anni ha smarrito non solo la sua continuità vincente, ma anche quella capacità di rappresentare un modello per tutto il calcio italiano.

Il dato economico, più ancora di quello sportivo, racconta una deriva che non può essere ignorata. In cinque anni la società bianconera avrebbe investito circa 15 milioni solo per la gestione dirigenziale, senza che a ciò sia corrisposto un progetto tecnico stabile e coerente. A questa cifra si sommano ingaggi importanti, investimenti pesanti su allenatori e giocatori che, alla prova del campo, non hanno garantito risultati all’altezza delle aspettative.

Il problema, però, non è soltanto la spesa: è la discontinuità delle scelte, l’assenza di una visione riconoscibile, il susseguirsi di strategie spesso contraddittorie.

Il fallimento sportivo dell’ultima stagione, culminato con il sesto posto e la mancata qualificazione in Champions League, ha semplicemente accelerato un processo già innescato. La cosiddetta “retrocessione” in Europa League non è solo una collocazione tecnica, ma il simbolo di un ridimensionamento che la Juventus non viveva da tempo. E quando una società abituata a dettare il passo si ritrova a inseguire, il problema diventa strutturale prima ancora che contingente.

 In questo contesto si inserisce il terremoto dirigenziale che porta all’uscita di scena di Damien Comolli e al nuovo asse operativo guidato da Giovanni Carnevali, oggi tra i dirigenti più apprezzati per capacità di gestione e valorizzazione delle risorse. La scelta, se confermata, rappresenterebbe una virata netta: dal modello manageriale internazionale a una figura profondamente radicata nella conoscenza del calcio italiano e delle sue dinamiche più concrete.

Il curriculum di Carnevali al Sassuolo è difficilmente contestabile. La capacità di mantenere stabilmente il club neroverde in Serie A per oltre un decennio, con l’eccezione della breve parentesi in Serie B immediatamente risolta, e soprattutto la costruzione di un modello economico basato su plusvalenze sostenibili e talent scouting efficace, rappresentano un esempio raro nel panorama italiano. I nomi di Davide Frattesi, Giacomo Raspadori, Matteo Politano, Gianluca Scamacca e Manuel Locatelli raccontano una filiera che ha saputo trasformare intuizioni in valore tecnico ed economico.

Tuttavia, la Juventus non è il Sassuolo. E questa differenza è il punto centrale del dibattito. Alla Continassa non basta più “costruire bene”: serve tornare a vincere subito, in un ambiente dove la pazienza è ormai ridotta al minimo e dove ogni stagione senza titoli pesa come un macigno sulla storia del club. L’arrivo di Carnevali, dunque, non può essere letto come semplice replicazione di un modello virtuoso, ma come una scommessa sulla sua adattabilità a un contesto infinitamente più complesso e pressante.

Sul piano tecnico, il nodo rimane l’equilibrio tra sostenibilità e ambizione. Le operazioni recenti, come quelle legate a Jonathan David e Loïs Openda, vengono già descritte come investimenti non pienamente riusciti, mentre la gestione del caso Dušan Vlahović ha evidenziato tensioni interne e difficoltà di programmazione contrattuale. Episodi che non sono isolati, ma sintomi di una macchina che ha perso fluidità decisionale.

In questo quadro si inserisce anche la relazione complessa con la guida tecnica di Luciano Spalletti, figura esperta e autorevole, che però necessita di un contesto dirigenziale stabile per esprimere appieno il proprio progetto. L’idea di un asse Spalletti–Carnevali rappresenta, sulla carta, una combinazione interessante: competenza tattica e gestione manageriale. Ma il calcio, si sa, non è mai la somma aritmetica delle intenzioni.

La Juventus, oggi, si trova davanti a un bivio identitario più che tecnico. Continuare a inseguire soluzioni tampone o accettare un percorso di ricostruzione profonda, con il rischio di allungare i tempi del ritorno ai vertici. In entrambi i casi, la variabile decisiva sarà la coerenza: quella che è mancata negli ultimi anni e che ha trasformato una delle società più dominanti d’Europa in un laboratorio instabile.

Il paradosso è evidente: mentre la Nazionale italiana continua a cercare una sua rinascita, il suo storico serbatoio di talento e leadership – di cui la Juventus è stata per anni il perno – si è progressivamente indebolito. Ricostruire la Juventus, dunque, non significa soltanto riportare trofei a Torino, ma restituire al calcio italiano un punto di riferimento credibile. E forse è proprio questa la responsabilità più grande che il nuovo corso si troverà ad affrontare.

Autore Freeskipper Italia
Categoria Sport
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